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Vola come una farfalla, pungi come un’ape: il mito immortale di Muhammad Ali


Avrebbe compiuto ottanta anni domani, 17 gennaio, il più grande pugile della storia, scomparso nel 2016 a causa della malattia di Parkinson che lo colpì sul finire degli anni Ottanta.

Nato a Louisville con il nome di Cassius Clay, decise di cambiare il proprio nome in Muhammad Ali a seguito della conversione all’Islam avvenuta negli anni Sessanta, subito dopo aver conquistato l’oro alle Olimpiadi di Roma. Nel 1967, tre anni dopo la conquista del titolo mondiale, rifiutò di arruolarsi come soldato per combattere nella Guerra del Vietnam – per motivi religiosi e per la netta opposizione al conflitto, ritenuto immotivato- scatenando furiose polemiche negli Stati Uniti. Fu arrestato e condannato per renitenza alla leva perdendo anche il titolo iridato; fu costretto ad iniziare un lungo calvario giudiziario – rischiando fino a cinque anni di carcere- che lo tenne lontano dal ring per tre anni, diventando simbolo della controcultura degli anni Sessanta.

A distanza di tre anni tornò sul ring riscrivendo la storia del pugilato, riconquistando il titolo iridato contro Foreman nell’incontro passato alla storia come The Rumble in the Jungle (la rissa nella giungla, disputata in Zaire). Ma più delle numerose vittorie e degli incontri memorabili, Ali nella cultura di massa è diventato un simbolo di coerenza e di impegno sociale, lottando per il riconoscimento dei diritti dei neri negli Stati Uniti e per il pacifismo.

Nella società americana di quel periodo, la presa di posizione netta che Ali ebbe non poteva che dividere; fu infatti bersaglio di critiche e di insulti e in un match disputato in Georgia gli fu recapitato un grave messaggio intimidatorio. Ma fu anche sostenuto da migliaia di giovani, negli Stati Uniti come in Europa, durante le numerose manifestazioni di protesta per la Guerra in Vietnam.

Nel 1984, a soli tre anni dal ritiro dalle competizioni, gli fu diagnosticata la malattia di Parkinson. Affrontò questa prova con grande forza e dignità, partecipando a numerosi eventi pubblici per sensibilizzare le persone sulla questione e raccogliere fondi per la ricerca. Nel 2012 partecipò alla cerimonia delle Olimpiadi di Londra facendo parte del gruppo che portò la bandiera alla cerimonia di apertura, nonostante lo stato avanzato della malattia.

La sua immagine di uomo invincibile non fu scalfita anzi, probabilmente, la dignità e la consapevolezza nell’affrontare il Parkinson furono la prova che The Greatest non era cambiato. La filmografia ha attinto a piene mani dall’epopea del Campione; probabilmente il film più famoso (e più emozionante) risale al 2001 con protagonista Will Smith: “Ali”.

Francesco Di Tommaso

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