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Scrittori del Sud – La città natale nell’opera di Alfonso Gatto

Alfonso Gatto è stato uno dei poeti che meglio è riuscito, nelle sue opere, a descrivere in modo surreale e nostalgico, gli aspetti più autentici della sua città natale, affermando con forza la sua appartenenza a una Magna Grecia sconfinata dove il principio dell’essere si identifica con il pensiero di una povertà che va a connotare le persone e le cose che diventano inesauribile sorgente d’amore e di poesia.

La terra natia, nell’opera del poeta, ha un notevole rilievo e significato. Dalle prime poesie di “Isola”, il libro di esordio, uscito postumo nel 1977, il poeta riferisce la nascita stessa della sua poesia ai luoghi della sua adolescenza. Tutta la geografia poetica della raccolta “Isola” è quella salernitana, aperta anche a qualche scorcio napoletano nei testi “Agli amici” e “Santa Chiara”.

Dominante e insistente è lo scenario della città di Salerno, dove “Il sole leggero affresca i palazzi di verde tenero”, “E la città si gloria/ al canto dei portoni/ spalancati nel verde del mare”.

L’amore per Salerno è ribadito in questo frammento del 1976 che chiude il filone poetico ispirato alla città che, come un fiume carsico, attraversa tutto il canzoniere di Gatto:

“Salerno, rima d’inverno

O dolcissimo inverno

Salerno rima d’eterno”.

 

Nella sua poesia domina un senso della “bontà” della natura, una passione per le “cose povere” che fanno riemergere la memoria dell’infanzia e un antico passato contadino e meridionale. Della città di Salerno coglie il mutamento attraverso i vari eventi storici e naturali, dagli anni della Grande Guerra all’alluvione del 25-26 ottobre 1954 e oltre. Nelle tre Cronache dell’alluvione: “Dolore per la mia terra”, “La malanotte di Salerno” e “Zoppo come me”, Gatto descrive gli effetti devastanti dell’alluvione, che durò sei ore e colpì Salerno e i comuni di Vietri, Cava, Maiori, Minori, Tramonti, portando rovina e morte, trasformando in un inferno quello che era un paradiso in  terra.

Così lo scrittore prende atto che la città, già flagellata dalla guerra, è ora colpita dalla violenza della natura ed esprime il suo dolore e la sua partecipazione identificandosi con la città: “Salerno sono io” .

La vita di Gatto è stata quella di un uomo agitato da una profonda inquietudine e spinto da una incontenibile necessità poetica ad allontanarsi dalla sua città per peregrinare in diversi luoghi, esercitando varie attività, di poeta, scrittore, pittore, disegnatore e persino attore.

Nato a Salerno nel 1909, a venticinque anni lascia la sua città, senza finire gli studi universitari di Lettere presso l’Università di Napoli; si trasferisce a Milano, città amatissima, approdo umano e culturale, dove viene arrestato nel 1936 per attività antifasciste; partecipa alla Resistenza e alla lotta partigiana. Da Milano a Firenze, a Venezia, a Roma, a Bologna, gira in varie città d’Italia e anche all’estero, partecipando attivamente alla vita culturale del Paese, serbando sempre, nello scrigno prezioso della sua memoria, l’amore per la sua terra.

Vincenzo Avagliano foto B&N anni ’60 scattate a Salerno centro storico.

Dal Sud al Nord, dal Nord al Sud, Gatto unifica con le sue lingue e le sue visioni i nuclei di un Paese: terra e mare vivono insieme creando un infinito unico, fatto di uomini e di immagini.

La luna, il mare, la madre, la morte ricompongono gli archetipi mediterranei di una ricerca poetica che diventa testimone di una eterna, individuale inquietudine.

Il poeta muore ad Orbetello nel 1976 in seguito ad un incidente stradale. È sepolto a Salerno, nel cimitero di Brignano. Il suo sepolcro reca incise le parole di Eugenio Montale: “Ad Alfonso Gatto/ per cui vita e poesia/ furono un’unica testimonianza/ d’amore”.

Antonella Giuliano

 

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