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OLTRE UN CORPO

E’ arrivata l’estate, finalmente le giornate si sono allungate, si va al mare. Ecco se per molti questo vuol dire relax e spensieratezza per altri, purtroppo, non è così. La bella stagione ci costringe ad indossare abiti che lasciano scoperte varie parti del corpo, cosa normale, ma non facile da mettere in atto da chi non si accetta. L’autostima gioca un ruolo fondamentale in queste situazioni, non mi riferisco solo all’adolescente che viene travolto da repentini cambiamenti dell’aspetto fisico facenti parte del corso naturale dello sviluppo, ma parlo di un disturbo: il dismorfismo corporeo.

Chi soffre di disturbo di dismorfismo corporeo considera reale e intollerabile un determinato difetto fisico e assolutamente legittimo cercare di eliminarlo in ogni modo. Anche quando prende coscienza dell’irragionevolezza del proprio accanimento estetico poi, in molti casi, prova vergogna per il proprio atteggiamento e per le sue implicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni. In base alla più recente revisione del Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie psichiatriche (DSM-5), il disturbo di dismorfismo corporeo fa parte dello spettro del “Disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati” e per emettere una diagnosi differenziale specifica è necessario riscontrare: preoccupazione nei confronti di uno o più difetti fisici non oggettivamente rilevabili o trascurabili da parte di altre persone, adozione di comportamenti ripetitivi o rituali (guardarsi allo specchio, toccare la parte “difettosa”, ricercare rassicurazione ecc.) o atteggiamenti mentali (pensieri ossessivi, costante confronto con gli altri, convinzione di essere osservato e giudicato ecc.) in risposta alla preoccupazione per il difetto fisico; forte stress, ansia e calo del tono dell’umore.

Il difetto fisico oggetto della preoccupazione è diverso dal peso corporeo/massa grassa (in questo caso, è probabile la presenza di un disturbo del comportamento alimentare). La consapevolezza che il difetto lamentato sia in realtà minimo o inesistente può essere nulla, parziale o elevata, ma ciò non incide sul grado di penetrazione dei pensieri/comportamenti ossessivi nella vita quotidiana. Questa condizione tende ad interessare donne e uomini con frequenza paragonabile (soltanto leggermente maggiore tra le prime) e può insorgere in qualunque momento della vita. Tuttavia, esistono due età a maggior rischio: l’adolescenza e i 45-50 anni, quando i primi segni dell’invecchiamento si scontrano con il desiderio di piacere a prescindere dal tempo che passa e con i dettami di una società che vorrebbe tutti sempre giovani, tonici e smaglianti. Se non affrontato precocemente con terapie specifiche il disturbo di dismorfismo corporeo può determinare un serio scadimento della qualità di vita, numerosi problemi di ordine pratico sul piano familiare e lavorativo, nonché complicarsi con ulteriori disturbi psichiatrici come la depressione maggiore (60% dei casi), il disturbo ossessivo compulsivo (30% dei casi), la fobia sociale e talvolta disturbi del comportamento alimentare o abuso di sostanze. A livello fisico, l’accanimento nei confronti del/i difetto/i da eliminare può esporre a rischi di salute evitabili (per esempio, nel caso di interventi di chirurgia estetica invasivi) o determinare esiti realmente poco accettabili che non fanno che peggiorare la situazione complessiva.

La psicoterapia può essere molto utile per superare il disturbo, ma va sempre utilizzata in aggiunta al trattamento farmacologico e non come unico intervento. La strategia che si è dimostrata più efficace è la terapia cognitivo comportamentale finalizzata a “desensibilizzare” il paziente nei confronti dello stimolo negativo attraverso l’esposizione graduale e calibrata allo stimolo stesso. In sostanza consiste nel chiedere al paziente di cimentarsi in un’attività (andare ad una festa, in piscina, indossare un determinato abito o un paio di occhiali, parlare in pubblico ecc.) che fino a quel momento aveva evitato a causa del supposto difetto fisico ed esaminare, poi, gli esiti e le implicazioni dell’esperienza per elaborare il disagio connesso. Le situazioni da elaborare possono essere reali (terapia comportamentale) o soltanto immaginate (terapia cognitiva). Per essere efficace, la terapia deve prevedere incontri regolari, per un adeguato periodo di tempo ed essere affiancata da uno sforzo del paziente nel cercare di ridurre/evitare comportamenti rituali e ricerca di rassicurazioni.

Roberta Di Tommaso.

 

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Una risposta

  1. Clara Rania ha detto:

    Ritorno alla convinzione che il periodo adolescenziale e l’adeguata valutazione della propria fisicità ,diventa il cardine delle scelte del proprio futuro di un individuo .

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