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Le Tabacchine dell’architettura industriale.

L’articolo di oggi si apre così, in versi dialettali salentini, in canzone tradizionale e popolare, immaginando di sentire l’eco della musica tra una parola e l’altra …

Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu
Ne sciati dhoi e ne turnati quattru.
Donne donne che andate al tabacco
Partite in due e tornate (piegate) in quattro.
Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu
Lu sule è forte e lu sicca tuttu.

Donne donne che andate al tabacco
Il sole è forte e ve lo secca tutto.

Cosa c’entrerà mai un canto di lavoro in dialetto salentino con Paestum? Può cambiare il territorio di appartenenza, la musicalità o intercalare di un dialetto diverso, ma l’essere Tabacchine o Tabacchere no, un destino e una condizione di vita comune ad un femminile plurale indelebile negli edifici che oggi ammiriamo
come eccellenti esempi della cosiddetta “Architettura industriale”, spazi sempre più in via di recupero destinati a diventare contenitori della cultura e dell’arte.


In una vivace domenica di aprile, accompagnata da una primavera capricciosa, può succedere che ci sorprenda più volte un luogo che mi piace definire “della memoria della gente” che ci ha abitato, se pur nelle ore di lavoro, ore come parti della vita dense di pensieri, speranze, fatiche,scoraggiamenti e pause di sospiri e sudore, che forse sulle pietre dei muri e delle infinite altezze ancora ci sono incollate, una memoria da non perdere.


Direzione borgo Cafasso, a poca distanza dai templi di Paestum : ex Tabacchificio SAIM.
C’è chi lo voleva come nuova realtà museale o estensione del ramo archeologico, la sua nuova collocazione è di plauso per essere stato reideato come un luogo restituito alla comunità e allo scambio sociale.
Almeno la speranza è questa e questa sembra essere la strada percorsa fin’ora.
Qui l’architettura si presenta egregiamente recuperata nella sua essenza minimale, dove fanno da cornice il verde della piana, gli ulivi, tele della natura e spazi che solo a guardarli viene voglia di farci mille cose
insieme alle persone.

A partire dall’illuminato Bonvicini col suo innamoramento della terra paestana, l’edificio segna una svolta per l’economia agricola del luogo, per lasciare il posto successivamente con la SAIM alla sì fruttuosa,ma altresì dura realtà del lavoro del tabacco: la gente ci lavorerà, sarà unita nel borgo in comunità e ci abiterà.

In questa possente bellezza delle altezze, un tempo al femminile è trascorso, lasciando l’impronta anche se non visibile, ma che per sensibilità e ricerca antropologica è bene ricordarlo e chissà, magari sulla scia di questo articolo,può nascere un seme per andare a sbirciare e indagare questo tempo trascorso.

Le “Fimmine dellu tabaccu” c’erano anche qua, simbolo di una storia sociale particolare.
Donne che lavoravano faticosamente, che subivano una società nel nome del maschio e del padrone, che contribuivano alla famiglia col lavoro fisico spesso non riconosciuto nella durezza, ma donne che cantavano.

La fotografia che le immortale tutte è l’ ”Infilatura” che a ricordarla, se qualcuno ha avuto la possibilità di vederla, resta immobile nella mente quasi come un rituale tradizionale dell’arte contadina,
tutte quelle grandi foglie secche una dietro l’altra, cucite su lunghi fili di pensieri e umori.

Tutte queste foglie di tabacco, da “alcuni” definite “ Erba santa”, paradossalmente hanno rappresentato la possibile strada verso una indipendenza economica e soprattutto un riconoscimento, se pur molto faticosamente guadagnato, della dignità di donne tabacchine pìù libere.

A queste stesse “tabacchine” dobbiamo anche riscatti di lotta per raggiungere una emancipazione tutta Meridionale che oggi sarebbe bello vedere insieme ad altre donne, amiche, fimmine di cultura sui muri
dell’ex tabacchificio di Cafasso – Paestum, come ringraziamento a loro che lo hanno animato e abitato per prime.

Milena Acconcia.

 

 

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