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La simbologia vegetale di Ildegarda di Bingen

Nel complesso universo simbolico di Ildegarda di Bingen un posto particolare spetta al mondo vegetale. Per comprendere le ragioni di questa particolare attenzione e per analizzarne l’estensione bisogna partire dalla rappresentazione della struttura dell’universo che Ildegarda ci fornisce con le immagini potenti del Libro delle opere divine, che raccoglie le visioni della badessa. Attraverso tali immagini assistiamo, per così dire, in diretta, alla genesi del mondo e ne cogliamo la struttura profonda, che è quella di un macrocosmo antropomorfico nel quale i riferimenti teologici, gli elementi naturali, i simboli di varia natura si intrecciano in un gioco continuo di rispecchiamenti e di rimandi. All’interno di questo processo, particolarmente interessante è la descrizione della generazione delle piante: dal conflitto degli elementi si genera una benefica umidità che, facendo scudo all’eccessivo calore, fa verdeggiare la terra e fa nascere i frutti dai semi.

La forza vitale che si sprigiona dalla terra grazie al combinarsi del calore e dell’umidità viene definita da Ildegarda viriditas, termine che allude tanto al verdeggiare delle piante quanto alla forza vitale che le fa nascere e crescere.

 

La nozione di viriditas è utilizzata a più riprese da Ildegarda e si carica a sua volta di una valenza fortemente simbolica, che investe anche il colore verde: verde è, ad esempio, la veste della sapienza divina, che presiede al meccanismo della creazione, mentre la terra verdeggiante che fa crescere le piante assume una valenza simbolica plurima: rappresenta la Chiesa, che, facendo germogliare il seme della parola divina, genera il frutto della giustizia e delle buone opere; ma allude anche al Paradiso, dove la bellezza dei frutti e dei fiori si accompagna alla dolcezza dei profumi per la gioia dei beati. Non solo, grazie alla corrispondenza macrocosmo – microcosmo, la viriditas segnala anche la forza che vivifica il corpo umano, il quale, a somiglianza di un albero, si anima e si espande in foglie, rami, fiori e frutti, che sono le sue diverse facoltà.

In questa rappresentazione vegetale dell’essere umano, che punteggia soprattutto le pagine di un’altra opera di Ildegarda, il Liber Scivias, la viriditas trova un unico limite nell’aridità, cioè nello spegnersi di quella forza vitale che soffoca i buoni frutti nella sterpaglia di erbe inutili e improduttive, che simboleggiano i desideri carnali che prosperano nel terreno della concupiscenza.

E’ grazie a questa corrispondenza tra uomo e mondo che l’universo vegetale può diventare una sorta di specchio del comportamento umano. Tale processo si manifesta in maniera particolarmente evidente in una delle opere di Ildegarda che potremmo definire ‘scientifica’. Si tratta del Libro delle creature, una sorta di enciclopedia nella quale la monaca passa in rassegna tutti gli elementi del mondo naturale: piante, pietre, animali, metalli. Sul modello di altre enciclopedie medievali, il discorso di Ildegarda segue lo schema della creazione per descrivere le singole creature nella loro natura, che è determinata sostanzialmente dall’equilibrio dei quattro principi tramandati dalla tradizione medica ippocratico-galenica: caldo, freddo, secco, umido. Caratterizzati da una composizione variabile di questi quattro principi, tutti i corpi naturali possono a loro volta interferire con la natura del corpo umano, anch’esso caratterizzato dagli stessi principi, determinandone la condizione di salute o di malattia. L’enciclopedia di Ildegarda assume così anche un carattere medico: se i quattro principi sono la chiave di lettura universale della natura, è possibile indagare in che misura e in che maniera le diverse creature possono essere impiegate per la salute e per il benessere dell’uomo; tutto quello che esiste fa bene o fa male nella misura in cui contribuisce all’equilibrio dei quattro  principi naturali o ne accentua lo squilibrio, e le diverse componenti del mondo naturale non solo costituiscono i punti di riferimento per una corretta alimentazione umana, ma possono anche servire a curare le più svariate malattie.

Su queste basi l’intero trattato sviluppa una sistematica descrizione della natura di animali, piante e minerali per dilungarsi poi sul loro utilizzo alimentare o terapeutico. Ad esempio il pavone è caldo e umido, e tale temperamento lo induce a comportamenti violenti, astuti e crudeli, fino al punto che cerca di distruggere le uova della sua compagna; di conseguenza la sua carne non è buona da mangiare per nessuno, ed è particolarmente nociva per gli ammalati, ma la sua vescica, essiccata e debitamente trattata si rivela un rimedio utile per trattare le ulcere. Il diamante è caldo, forte e duro; se messo in bocca annulla la malvagità, la follia, l’iracondia; l’acqua o il vino in cui un diamante è stato tenuto a bagno guariscono la gotta e l’itterizia. Il prezzemolo è più caldo che freddo, e va mangiato crudo meglio che cotto; adeguatamente preparato, guarisce una serie di malesseri che vanno dalla febbre, al mal di cuore, ai calcoli. Analogamente questo modo di procedere si applica agli oltre 500 elementi naturali presi in esame da Ildegarda, secondo un modello che non si discosta dalla tradizione medievale, che considera piante, animali e vegetali soprattutto in funzione dell’uso che l’uomo può farne.

Nel Libro delle creature non sembra esserci spazio per una interpretazione simbolica degli elementi naturali, a differenza da quanto accade in altre enciclopedie medievali.

Basti pensare al De universo di Rabano Mauro (IX secolo), nel quale l’analisi naturalistica viene sistematicamente piegata ad una lettura allegorica che scopre in tutti gli elementi dell’universo reconditi sensi spirituali e mistici. La lepre ad esempio è un animale veloce e timoroso, che simboleggia quanti sono timorati di Dio; anche il riccio è un animale pavido che tende a nascondersi fra i sassi, per questo può rappresentare chi, temendo il giudizio futuro, si rifugia in quella pietra solidissima che è il Cristo; la talpa con la sua cecità è simbolo degli idolatri che brancolano nelle tenebre dell’ignoranza e della stoltezza. E così per tutto il regno animale, ma anche per piante, minerali, oggetti artificiali, per le stesse parti del corpo umano. Nulla di tutto ciò nell’enciclopedia di Ildegarda, che sembra caratterizzarsi piuttosto per la particolare ricchezza di ricette e di suggerimenti dietetici, un aspetto questo che l’ha resa molto più fruibile dai lettori contemporanei e ne ha determinato il successo anche presso i non specialisti, attratti dalle possibili ricadute mediche dei suoi rimedi.

C’è tuttavia un’eccezione, che riguarda appunto il mondo vegetale, e in particolare gli alberi che costituiscono una sezione a se stante che occupa l’intero libro III. La breve analisi di ogni albero prende le mosse dalla descrizione della sua natura più o meno calda, ma si traduce immediatamente nella segnalazione della valenza simbolica che contraddistingue quella determinata pianta, per passare poi all’analisi del suo uso alimentare o terapeutico. Il cotogno ad esempio “è freddo e lo si paragona all’astuzia, perché talvolta è utile, talvolta è inutile”

il pesco è più caldo che freddo, e ha somiglianza con l’invidia; anche il ciliegio è più caldo che freddo, ma assomiglia al gioco, mentre il susino, secco e pungente è l’immagine della collera; il sorbo è simbolo dell’ipocrisia, il nocciolo della lascivia, il castagno della discrezione, il nespolo della dolcezza, il fico del timore, l’alloro della costanza, l’olivo della misericordia. Non è possibile elencare qui le valenze simboliche di tutte le piante descritte da Ildegarda, ma è importante segnalare che questo modo di procedere non ha riscontro in nessuna delle altre parti dell’enciclopedia, e solo il mondo vegetale sembra essere portatore di un significato spirituale che va al di là della descrizione naturalistica e delle virtù terapeutiche della pianta.

Perché questa particolare attitudine degli alberi a rappresentare concetti morali? La risposta sta ancora una volta nella nozione di viriditas che Ildegarda non manca di evocare all’inizio del volume:

“Al momento della creazione dell’uomo, dalla terra fu tratta una terra diversa: l’uomo. Tutti gli elementi erano al suo servizio poiché percepivano che era vivo e collaboravano con lui in tutte le sue attività, e lui con loro. La terra forniva la sua viridità a seconda della specie, della natura, dei comportamenti e di tutto l’ambiente dell’uomo. Infatti la terra, attraverso le piante utili, offre un panorama dei comportamenti spirituali dell’uomo, distinguendoli; al contrario, attraverso le piante inutili, mostra i suoi comportamenti inutili e diabolici”

La viriditas dunque, la forza vitale che attraversa le piante, le rende particolarmente vicine all’essere umano e stabilisce una sorta di legame indissolubile tra l’uomo e un mondo vegetale che si rivela non solo una risorsa insostituibile per la sua alimentazione e la sua salute, ma soprattutto un inesauribile serbatoio di simboli.

Silvana Vecchio

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