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Elogio alla lentezza contro il paradigma della fretta

Le nostre giornate sono scandite da mille impegni e troppe cose da fare: rispondere a telefonate e mail, leggere messaggi e notifiche, informarsi sulle ultime notizie – magari mangiando qualcosa di corsa – prendere appuntamenti e ricordarsi di rispettare le scadenze, continuare compiti che non si riesce a portare a termine che subito ne sopraggiungono altri, e per coloro che tutto questo lo fanno per lavoro, le cose si complicano ancora di più.

Viviamo in quella che lo studioso Stephen Bertman ha definito “cultura della fretta”, un modo di agire e concepire sé stessi e i rapporti sociali e interpersonali dove l’obiettivo fondamentale è la produttività, considerata la misura del valore dell’esistenza degli individui. La fretta emerge in tutte le situazioni della vita quotidiana, condiziona le scelte che facciamo e le decisioni che prendiamo; è una categoria mentale, un sistema di pensiero che abbiamo interiorizzato ed è diventata il paradigma del mondo contemporaneo.
Le attese ci fanno paura, la noia ci fa perdere tempo, il silenzio ci mette a disagio, così cerchiamo di colmare questi vuoti con nuovi stimoli e distrazioni perché pensiamo che nei momenti morti non stiamo producendo niente di utile. Visto che non tolleriamo nessuna forma di passività, ci rimettiamo all’opera credendo che in questo turbinio frenetico risiedano le nostre qualità e il nostro valore in quanto esseri umani.

Secondo la logica neoliberista e individualistica dell’attuale sistema politico e socio-economico, ogni successo e ogni fallimento dipendono esclusivamente dalle capacità dei singoli individui: se abbiamo fatto bene è per i nostri presunti meriti; se abbiamo fatto male è perché non siamo stati capaci di fare bene e dovremmo fare meglio, fino all’infinito, fino a quando la frustrazione e la demotivazione per non essere stati all’altezza si impadroniscono delle nostre vite con effetti che si rivelano alcune volte drammatici.
Questa è la sensazione che provano, ad esempio, molte studentesse e studenti universitari, preoccupati di non essere al passo con gli esami, di arrivare in ritardo alla laurea e di conseguenza entrare tardi nel mondo del lavoro, di deludere le aspettative di amici e famiglie, sentendo su sé stessi la responsabilità e il peso di un modello sociale pronto a sacrificare la vita di molti per il profitto di pochi, e che non lascia guardare al futuro con serenità.
La società attuale ci impone di stare ai suoi tempi e ai suoi ritmi ma, inevitabilmente, arriva il momento in cui molliamo la presa perché non riusciamo a reggere il sovraccarico di ansia dovuto ai tanti impegni che, come un macigno, si poggia sui nostri corpi, mettendo a dura prova la salute fisica e mentale. Allora serve rallentare, concedersi dei momenti in cui bisogna dare spazio alla lentezza. Questa deve essere la parola chiave con cui affrontare la complessità della vita. Le cose belle sono lente diceva il fioraio Fermo alla protagonista Rosalba nel film “Pane e tulipani”, perché richiedono attenzione e cura e la bellezza, concepita in tutte le sue forme, non ha confini di tempo.

Anche quando ci godiamo una pausa la mente è proiettata sulle prossime cose da fare. Non si dà valore al riposo, anzi, il tempo dedicato a esso come momento per recuperare le energie e ricaricare il corpo è considerato inutile perché è sinonimo di inattività e inazione, e nel sistema capitalista odierno si riduce sempre di più per produrre valore economico.
I bisogni umani, strettamente legati alle funzioni fisiologiche dell’individuo, sono sempre più commercializzati, messi a valore o comunque sono sotto attacco perché rientrano nella catena che serve a generare profitto. Ma il riposo, nell’accezione più specifica del sonno[1], risponde ad un benessere del corpo a cui non possiamo rinunciare e rimane l’unica “condizione naturale” che cerca di resistere ai tentativi di assalto del capitalismo contemporaneo.

Giulia Ceccarani_ illustrastorie

Il mondo di oggi, con l’avvento dei social media, ha modificato la percezione del tempo. Se non facciamo tutto di fretta e velocemente è come se non stessimo sul pezzo e ci perdessimo parti importanti che pensiamo di non riuscire più a recuperare. Non ci diamo il tempo di riflettere su ciò che accade intorno a noi e questo è molto visibile nei sistemi di comunicazione che usiamo ogni giorno. Si legge di fretta, si scrive, commenta e risponde in maniera altrettanto reattiva, molto spesso senza riflettere su quello che si vuole dire e sulle conseguenze che le parole – che non sono mai solo parole, ma racchiudono un universo di significati – hanno sulle altre persone, lasciando ampi margini di fraintendimenti che possono dare luogo a conflitti e incomprensioni.
Siamo continuamente esposti a immagini, notizie, informazioni e contenuti visivi di ogni tipo che non abbiamo il tempo di elaborare, in un sovraccarico di stimoli e sensazioni che ci fanno sentire inadeguati e pieni di sensi di colpa per non essere in grado di stare a questi tempi iper-accelerati.

La lentezza, nel contesto digitale, ci insegna diverse possibilità di stare al mondo, attraverso la riflessione, l’ascolto, il silenzio[2]. Ci aiuta a trovare il tempo per approfondire e metterci in discussione, evitando l’uso di parole che possono ferire o offendere l’altra persona. Ci insegna a tenere il controllo nella comunicazione, a non lasciarci sopraffare dalle parole non pensate, imparando ad ascoltare e a metterci da parte per fare spazio a quello che vogliono raccontarci gli altri.

Vivere con lentezza è una sfida e un atto di resistenza in una società che fa della performance e della prestazione le chiavi con cui accedere alla vita sociale e professionale. Attraverso la consapevolezza dell’importanza della lentezza possiamo combattere i sentimenti di inadeguatezza e di solitudine per rimettere al centro la persona, i suoi desideri e il senso di comunità.
Quante volte diciamo frasi come “adesso non posso proprio, vado di fretta”, “non sono riuscita a occuparmi di…perché non ho avuto tempo” oppure “questa cosa poi la farò con calma” finendo con il procrastinare impegni e attività spesso prioritarie ma che nella frenesia giornaliera vengono trascurate.
Quello che possiamo e dobbiamo fare è riappropriarci del controllo delle nostre azioni e dei nostri comportamenti in tutti gli spazi che pratichiamo e sottrarli all’imposizione della fretta.

Questi mesi di pandemia a livello globale hanno portato alla luce e messo ancora più in evidenza questo bisogno umano di andare piano. All’inizio siamo entrati in una dimensione che ci è sembrata subito estranea, quasi scettici di fronte alla possibilità che il mondo si potesse fermare. C’è chi ha scoperto nuove passioni, chi ha coltivato con tranquillità quelle che già aveva, chi ha trovato la creatività nella noia. Abbiamo rallentato, abbiamo assaporato e fatto esperienza della lentezza. Ora che il mondo sembra ricominciare, dobbiamo ricordarci di fare tesoro di quelle sensazioni e non lasciarci divorare dalla fretta.

Planare sugli eventi e le esperienze della vita con più lentezza significa viverli con più profondità e senso di intimità, lasciare sedimentare i sentimenti, i saperi, le conoscenze. La lentezza ci permette di ascoltare e vedere, dove la fretta ci impedisce di guardare perché rende tutto più inafferrabile. Come canta Eugenio Bennato il mondo corre, corre, corre forte come il vento ma non sente quelle cose che io sento, il mondo corre, corre, mi lascia sempre indietro ma non vede quelle cose che io vedo. E chi va lento, col suo talento indietro resterà, ma la lentezza canta canzoni che nessuno sa.

Giulia Pintus_illustrazioni

Claudia Alfano

[1] Consiglio la lettura di “24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno” di Jonathan Crary.
[2] Consiglio la lettura di “Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole” di Vera Gheno.

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3 risposte

  1. Clara Rania ha detto:

    “guardate ma non osservate” dicevo alle mie allieve spesso nelle mie lezioni di storia dell’arte, se osservate troverete tante cose interessanti su cui riflettere, se ci provate scoprirete una miniera.

    • Clara Rania ha detto:

      ” guardate ma non osservate” dicevo alle mie allieve, spesso nelle mie lezioni di storia dell’arte.” Se osservate troverete tante cose interessanti su cui riflettere,se ci provate scoprirete una miniera”.

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