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Uova in camicia: storie di (stra)ordinario coraggio di Angelo Nairod

 


Oggi, cari amici, ho deciso di presentarvi una delle mie letture più recenti, di attenzionarvi la penna di un giovane autore poliedrico che, attraverso ogni sua espressione artistica, ci offre spunti di riflessione su temi di (stra)ordinaria – ahimè – attualità.
Dopo l’esordio con “Quando i diversi siamo noi”, con cui si è aggiudicato il primo premio nella sezione racconti del concorso “Caterina Martinelli”, anche per questo libro, “Uova in camicia…e altre storie di (stra)ordinario coraggio”, Angelo Nairod ha scelto il genere del racconto, congeniale all’autore e alla finalità della sua scrittura.


Siamo soliti considerare la scrittura come connotata da una sola dimensione, quella delle parole e delle frasi, la scrittura di Angelo Nairod, invece, è multidimensionale, ha insita in sé quelle che sono le peculiarità dell’oralità: la capacità di immergere il lettore nella storia, di far rivivere come proprie le esperienze dei protagonisti, di utilizzare una sintassi semplice per permettere al messaggio di essere decodificato senza fraintendimenti.
Le dodici storie che compongono la raccolta sono attraversate da un fil rouge che le annoda e le addensa, che le unisce, nonostante possano essere lette non seguendo l’ordine in cui si presentano: l’importanza di “auscultarsi”, di leggere in se stessi per trovare il coraggio di superare i pregiudizi e rompere gli schemi e le barriere di una società che, per mascherare debolezze e frustrazioni, dimentica troppo spesso due concetti fondamentali: individualità e umanità.

Con delicatezza ed empatia, Angelo Nairod ci offre una carrellata di situazioni, ordinarie ma al contempo straordinarie, in cui i protagonisti hanno trovato il coraggio di prendere in mano le redini della propria vita, di dirigerla fuori dal buio dell’ipocrisia e del bigottismo.
Molte delle protagoniste sono donne, donne coraggiose, donne che lottano per affermare il proprio ruolo e conquistare i propri spazi, squarciando la nebulosa del pregiudizio, che, ahimè, nonostante siamo nel XXI secolo è ancora presente, pesante, pressante, e le cronache recenti ce lo testimoniano.
“Spalancai le braccia, guardando la mia terra per un’ultima volta, quella città senza memoria che gli antichi chiamavano Poseidonia. Lì ero stata donna, moglie, fantasma. E lì ero diventata madre” – dice Caterina, protagonista di “Il fantasma dei templi”, abbracciando con lo sguardo quel territorio che ora riesce finalmente ad ammirare, libera da quei condizionamenti che l’avevano tenuta prigioniera di convenzioni e timori.
“Ci vuole coraggio e tanta forza nella vita quando scegli di restare fedele a te stesso ma hai tutto il mondo contro”. E sicuramente Bella e Sandra hanno dimostrato tenacia e determinazione. Avrebbero potuto fare come le lepri, abbandonando l’infelice terra natia, o come i camaleonti, fingendo di essere altro pur di non far soffrire nessuno, pur di essere accettate…e invece hanno dimostrato di appartenere alla terza categoria di persone, alle rocce millenarie, quelle che restano. Ci sono alcune immagini metaforiche che hanno il potere di una cassa di risonanza, che ti entrano dentro e ti ritornano, che ti amplificano e consolidano un concetto, che ti pungolano la riflessione. E quella delle rocce millenarie l’ho sentita mia, in modo prepotente: “Proprio lì dove tutti le condannano, loro sopravvivono. Guardandosi allo specchio, si scelgono ogni singolo giorno, senza mai piegarsi, travestirsi o scappare. E mentre tutto intorno si corrode, esse perdurano e avanzano indisturbate, nei secoli dei secoli”.


Ripenso alle rocce millenarie. Un’altra immagine si sovrappone: le Grotte di Pertosa, il “bacio” tra stalattite e stalagmite atteso da ventimila anni…che bello il potere evocativo della scrittura, così come della musica, del teatro, della danza, insomma delle arti!
La famiglia è presenza incisiva in tutti i racconti: famiglia “tradizionale”, famiglia omogenitoriale, famiglia costruita sull’amore di due uomini, di due donne…
Il racconto che dà titolo alla raccolta, “Uova in camicia”, il quinto leggendo secondo un ordine sequenziale, affronta il tema della malattia, una malattia particolare, poco conosciuta: la sindrome di Tourette. L’autore, che è biologo nutrizionista, dedica la storia a Sabrina Marchetti; l’argomento viene trattato utilizzando uno stile essenziale, diretto, a volte spietato.


Ho difficoltà a scegliere il racconto che ho preferito: ciascuno mi ha offerto un momento di riflessione, mi ha regalato un’emozione, positiva o negativa che fosse. Sicuramente, però, “Gita al Louvre” è quello che ho letto e riletto con gli occhi umidi, che mi ha inondato di calore e forti emozioni, che mi ha portato indietro nel tempo per guardarlo con uno sguardo diverso…
“Suo figlio era il dono che il mondo aveva fatto a lei. Ora lo capiva. Ora lo sapeva”.
Vorrei presentarvi uno ad uno tutti i protagonisti delle dodici storie, immergervi nel loro mondo, farvi provare la delusione derivante dai colpi inflitti dalla vita e la forza del coraggio, della rinascita, del riscatto, ma sapete che non è il mio…stile…preferisco che sia la scrittura di Angelo Nairod a catturavi, emozionarvi e, perché no?, lasciarvi dubbi e perplessità.
Lasciandovi travolgere, quindi, in questo viaggio (stra)ordinario, potrete avere modo di esplorare attivamente, attraverso le voci dei personaggi protagonisti, tutte le sfumature dell’unico genere in grado di rappresentarmi davvero: il genere più completo, avverso, emozionante. L’unico, meraviglioso genere a cui sento di appartenere: il genere umano.

Anna Maria Petolicchio

 

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