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Depressione post parto (DPP)


La nascita di un figlio è considerato un evento positivo, voluto e carico di emozioni. Nel sentire comune si dà infatti per scontato che una neomamma debba essere felice in ogni istante. Si tratta di un falso mito.

La paura di essere considerate delle madri inadeguate, alimentata da aspettative poco realistiche, può portare le donne a sentirsi colpevoli e ad essere poco inclini a cercare aiuto, dimenticando che occorre tempo per adattarsi alla maternità. Una neomamma deve modificare la propria routine, deve imparare a gestire situazioni nuove e anche stressanti; tutto ciò determina cambiamenti nella vita della donna, del compagno e nella coppia.

La depressione post partum o depressione puerperale è un disturbo che colpisce, con diversi livelli di gravità, il 13% delle donne ed esordisce generalmente tra la sesta e la dodicesima settimana dopo il parto. La donna si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto e non all’altezza degli impegni che la attendono. Un sentimento ricorrente è la vergogna mista al senso di colpa.

I disturbi nel periodo perinatale possono inserirsi in una gamma molto ampia che, oltre al Baby Blues o Depressione perinatale, può comprendere altri disturbi quali disturbi d’ansia e disturbo post traumatico da stress. Per quanto riguarda il Baby Blues tale condizione si presenta frequentemente nelle prime settimane dopo il parto e si caratterizza per la presenza di labilità emotiva, tristezza e crisi di pianto, appare per lo più associato ai cambiamenti ormonali. E’ transitorio e lieve e non necessariamente porta alla depressione perinatale. Quest’ultima ha una prevalenza del 10/15% nei Paesi Occidentali. Il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) considera la DPP come una forma di depressione generale e viene diagnosticata se ha esordio entro le prime quattro settimane successive al parto.

I sintomi non sono transitori e possono persistere, variando di intensità, anche per molti anni e quindi avere conseguenze più o meno significative non solo sulla salute mentale della donna, ma anche sulla relazione madre-bambino. Rivolgersi ad uno specialista senza timori è la soluzione.

Roberta Di Tommaso

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2 risposte

  1. Clara Rania ha detto:

    Personalmente non ricordo di aver patito questa sofferenza, forse perché ero troppo felice di aver realizzato il mio desiderio. Il figlio dovrebbe essere un progetto desiderato al 100×100 , sbaglio?

    • Roberta ha detto:

      Ciao Clara, certo nella maggior parte dei casi è così. Però non bisogna dimenticare quella percentuale che vive questa esperienza in modo diverso. Converrai con me che l’arrivo di un figlio scombussola la vita di tutti, all’inizio c’è un altalenarsi di timori e gioie. Ragion per cui ai primi campanelli di allarme è buona norma confrontarsi con un esperto e qui gioca un ruolo importante l’informazione 🙂

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