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Deliri di onnipotenza in tempi di pandemia, per reazione allo sconquasso delle nostre sicurezze.

Non voglio e non sono in grado di affrontare qui le paure dei NoVax, comprensibili anche se non condivisibili, quanto le irragionevolezze di certe posizioni che mettono in dubbio i fondamenti stessi della società umana che produce scienza, che la utilizza per intervenire nel mondo e che esercita contemporaneamente opera di valutazione e critica, da una posizione di conoscenza e competenza, alla luce del sole, sul suo uso, non sempre “buono”.

Scrivo da scienziato che conosce la società scientifica e il lavorio scientifico che la permea e che, in un processo sofferto di ipotesi e verifiche e di confronti tra scuole, dà struttura alla sua capacità di interpretazione dei fenomeni e di azione.

È evidente che le congreghe di chi si pone fuori dalla società scientifica istituzionalizzata soffrono proprio della difficoltà che ha la scienza a far riconoscere il suo metodo di lavoro in cerca della “verità” come un processo assolutamente controllato e controllabile nel suo farsi. Solo gli stessi che portano avanti questo processo di elaborazione di conoscenze, in un confronto diretto con i loro colleghi pubblicamente noti e distribuiti in tutto il mondo, sono i garanti della scientificità dei risultati. E non perché cane non mangia cane: esistono forme di “peer review”, ovvero di verifica da parte di persone di pari competenza riconosciuta, persone la cui autorevolezza ed indipendenza di giudizio è garantita dalle riviste a diffusione mondiale, che li consultano per giudicare l’attendibilità dei risultati, ma che restano nell’anonimato durante e dopo il processo di valutazione (processo detto di “referaggio” dall’inglese “referee”). I referee possono chiedere revisioni, aggiunte, richiedere i dati sperimentali grezzi per valutarli autonomamente in un itinerario a più stadi di botta e risposta (“rebuttal”) che può durare anche più di un anno e coinvolgere anche più di quattro diversi referee, anch’essi l’uno all’altro ignoti.

A loro volta le riviste scientifiche hanno un comitato scientifico editoriale composto da nomi che sono tanto più noti e rispettati dal mondo accademico, quanto più la rivista è accreditata e consultata. Ma la cosa non finisce con la pubblicazione dell’articolo scientifico. C’è la possibilità di ribattere come in una pubblica seduta, con Commenti all’articolo, che spesso sono molto aspri e che subiscono lo stesso processo di referaggio per apparire sulla rivista medesima, e con commenti di commento, finché evidenza in un senso o nell’altro non emerga. Gli studiosi di quello specifico tema seguono il processo e la “querelle” e si fanno la loro idea e, insieme, maturano altre proposte per la chiarificazione. Questo controllo purtroppo, per essere credibile, non può che essere interno alla comunità istituzionalizzata degli scienziati (Università, Enti di Ricerca pubblici e privati con i suoi laboratori) e non può ammettere outsiders che, tra l’altro, con mezzi strumentali ridotti e con tanta arroganza, pretendono di contrapporsi alle istituzioni scientifiche riconosciute ed intanto si sottraggono al giudizio delle istituzioni stesse, gridando ai quattro venti che sono vittime di un complotto teso a tacitare ogni opposizione.

L’Accademia non è una palestra, e anche nella ginnastica acrobatica non chiunque è ammesso sulla pedana. È incredibile che si debba battere su questo punto: l’affidabilità dei risultati riconosciuti dalle Istituzioni scientifiche con tutte le incertezze del caso, dovute alla limitatezza delle conoscenze. Esse sono preposte a questo compito di valutazione ed asseverazione dei risultati.
Nel nostro paese, minare la credibilità dell’OMS, dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) (organismo federale degli USA), dei documenti internazionali di riferimento e, in ambito nazionale, dell’AIFA e dei comitati scientifici governativi preposti all’analisi, alla prevenzione e al controllo delle infezioni, significa dare spazio all’incultura, al fai da te, un delirio di onnipotenza.

È un evidente frutto dell’ignoranza generalizzata che ci sta divorando in molti, per diretta responsabilità di una classe politica improvvisata e insensibile alla scienza e al valore dell’innovazione scientifica per lo sviluppo di un paese. È ben documentato che i nostri politici impreparati hanno alzato un polverone mediatico negli ultimi trent’anni, per delegittimare le istituzioni scientifiche a partire dalle Università italiane, riducendo continuativamente i fondi pubblici ad essa destinati e parlando dei suoi attori come di casta privilegiata che si autoriproduce voracemente, mentre il paese “con la cultura non mangia”. Non va negato che disfunzioni nella nostra Accademia ce ne siano, soprattutto a livello locale, e che anzi vengano addirittura coperte da quella stessa politica che se ne avvantaggia, ma questo non inficia l’enorme lavoro di ricerca e di consolidamento di conoscenze che fanno della comunità scientifica italiana una tra le più attive e riconosciute al mondo, come anche il Nobel di quest’anno a Giorgio Parisi dimostra.

Giorgio Parisi

La messa in discussione non circostanziata del quadro di analisi della congiuntura epidemica, proposto dalle istituzioni governative, e delle scelte conseguenti per limitarne le conseguenze nefaste è un’offesa a questi ricercatori che si prodigano a definirne i contorni basandosi sui dati statistici, ai medici e infermieri che hanno turni quasi insostenibili negli ospedali e nelle strutture sanitarie ed è un’offesa a quelli che della scienza, su cui tutto ciò è costruito, sono i depositari e la trasmettono alle giovani generazioni. Invece di rendere pubblico il rispetto per chi si accosta con umiltà a questi studi e a questi compiti e di sostenerli anche con l’esercizio di un dubbio educato e costruttivo, si usano i social per diffondere voci incontrollate che poi esplodono a tratti con manifestazioni di rabbia di massa e di pubblica violenza.

È vero che, come dice Gramsci, siamo tutti intellettuali: «non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens», ma ancora, nei Quaderni dal Carcere (pag.7), aggiunge che «modernamente è la formazione tecnica a formare la base del nuovo tipo di intellettuale». Non ci si può inventare una formazione tecnica che non si ha, spigolando sulla rete e affidandosi a imbonitori non riconosciuti, di ogni sorta, purché ci confermino nel nostro pregiudizio. La battaglia più difficile che deve vincere ogni scienziato è la lotta contro sé stesso, per mettere da parte giudizi precostituiti o facili entusiasmi che alimentano solo il suo proprio narcisismo.

Io sono stato giovane in una generazione che dell’antiautoritarismo ha fatto la sua bandiera, ma i docenti sanno che il dato tecnico deve essere riconosciuto e condiviso, per potersi costruire una narrazione su di esso. E siamo certi anche che, in ogni caso, il dato tecnico potrà esser messo in discussione e sostituito in un futuro, ma che nessuno di noi, singolarmente, può pretendere di esprimere un giudizio negativo fondato su di esso, se avulso dalla comunità scientifica che li elabora. Una condotta non paranoica studia attentamente le risoluzioni che vengono da Istituzioni Riconosciute o, semplicemente, vi si affida, quando, nella stragrande maggioranza dei casi, gli manca la competenza per procedere diversamente.

Veniamo qui ad un punto dolente: è chiaro che l’industria dei vaccini, se salva vite umane nei paesi ricchi e arricchisce i loro capitani, impoverisce chi è già meno inserito nel mondo del lavoro e subisce la scarsa solidarietà sociale. Il World Inequality Lab ci dice che il 10 % delle persone più ricche possiede ormai il 76% dei beni mondiali, mentre il 50% più povero solo il 2%. Per quanto riguarda i redditi, il 10% più ricco ne ottiene il 54,8%, mentre il 50% più povero il 7,1%. Da noi negli ultimi 40 anni le differenze sono continuate a salire. Ora con la pandemia si aggiunge l’inflazione (a cominciare dalle bollette delle utenze) e la situazione non migliorerà certamente. Ed è chiaro che la grande industria punta a sfruttare le evenienze per accrescere i profitti di pochi. Così è con l’industria estrattiva ed il clima: la combustione di carburanti fossili è la principale fonte di CO2 nell’atmosfera. Già dagli anni ‘80 la Shell e la Exxon sapevano dei rischi del riscaldamento globale e hanno occultato questi studi e dismesso i loro stessi centri studi di pianificazione che li producevano. In un documento del 1998 la Shell ha previsto una «serie di violente tempeste» che avrebbero colpito la costa orientale degli USA intorno al 2010. «In seguito alle tempeste» scrivevano gli esperti «una coalizione di ong ambientaliste presenterà una class-action contro il governo degli Stati Uniti e le compagnie di combustibili fossili con la motivazione di aver trascurato ciò che gli scienziati (compreso i loro) hanno detto per anni: che qualcosa deve essere fatto» (ripreso da “Domani”, 13 Dicembre 2021 a firma Stella Levantesi). I violenti tornado del 16 dicembre 2021 (70 morti in Kentucky e altri in Missouri, Arkansas e Tennessee) confermano purtroppo le previsioni con un errore di 10 anni.

Ma, lettrici mie e lettori, questo è il Capitalismo che è in grado di trarre profitto per pochi dagli eventi naturali ed è grave che, per esempio, sia caduta nel nulla la proposta di abolizione dei brevetti sui vaccini e purtroppo siano NoVax, contro la loro volontà, intere parti del mondo. E si potrebbe aggiungere che il capitalismo imperialista, basato sulle guerre e sulla minaccia nucleare, usa la distruzione di persone e cose per guadagnare e fa resistenza al riconoscimento dei fattori di inquinamento e di danno alla salute, come è stato per il buco dell’ozono, per le plastiche, per le scorie (anche quelle nucleari), per gli incendi di intere foreste, per i 7600 militari italiani malati di cancro per l’uranio impoverito, e così via.

Ma torniamo all’ideologia antiscientifica di queste minoranze che negano l’efficacia delle difese approntate dalla scienza medica attuale, tramite le industrie farmaceutiche, per fronteggiare la pandemia; anzi, attribuiscono l’allarme ad una montatura delle autorità interessate a creare uno stato di eccezione, che limiti le libertà individuali e precostituisca, a loro dire, “un regime nazista”. A parte il fatto che molti di costoro, paradossalmente, i nazisti li hanno in simpatia, ho letto un articolo molto bello di Carla Benedetti ancora sul giornale “Domani” (4 gennaio 2022): ” L’uomo non domina il mondo, i filosofi dovrebbero capirlo “, che suggerisce un punto di vista per interpretare tanta perversione.
Proprio il positivismo dei tempi moderni, incluso il Marx che in tutt’altro contesto, e per altri fini, dichiara nelle Tesi su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo; ma si tratta di trasformarlo”, spinge tutti noi a sentirci uomini vitruviani, a sentirci il centro del mondo. Al punto tale che accanto alle ere geologiche del passato, si parla ora di “Antropocene”. Penso che questa sia una aberrazione. James Lovelock e la microbiologa Lynn Margulis, a partire dagli anni ‘70 (e poi ‘90) del secolo scorso, parlano di ‘Gaia’ come di un mondo nel quale gli organismi coevolvono con il loro ambiente, descrivendo l’evoluzione biotica, dal mondo dei primi batteri anaerobici, all’innesco della fotosintesi, che permette lo sfruttamento dell’energia solare rilasciando l’ossigeno elementare dall’acqua nell’aria, all’atmosfera ricca di ossigeno. E la comparsa della respirazione, processo metabolico che ricava energia dalle sostanze organiche, ossidandole con l’ossigeno atmosferico, è essenziale per la grande maggioranza delle cellule eucariote attuali e della vita complessa.

Di questo mondo l’uomo è una piccola frazione che, come altre piccole frazioni, ha però la capacità di distruggerlo. A questo proposito la Benedetti suggerisce di ritornare a Leopardi, ed infatti fa bene rileggersi “la Ginestra” o il “Dialogo della Natura e di un islandese” delle Operette Morali, in cui l’islandese dice alla Natura: «…tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; … , per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, dé tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere».
E la Natura risponde:
«Tu mostri non aver posto mente che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento». 

Non è una questione di pessimismo, è la realtà, e l’epoca presente mi è stato suggerito chiamarla ben altro che antropocene, “virus-cene”. Quanto al complottismo, dice la Benedetti «cos’è il complottismo se non credere che ogni fatto del mondo dipenda dall’uomo? Che il corso delle cose possa essere guidato da pochissime menti?». Ammesso anche (cosa non provata) che a Wuhan il virus sia sfuggito di mano, perché subito pensare ad un progetto preordinato? Preordinati sono gli attacchi informatici, ora si parla delle neuro- armi, della startup di Elon Musk nata nel 2017, Neuralink, con la mission di mettere in comunicazione il cervello umano con l’intelligenza artificiale (ma che per ora non è molto più che un proiettare su uno schermo l’attività cerebrale di una creatura). Non c’è bisogno di una pandemia perché le applicazioni della ricerca procedano in queste direzioni. Il drone americano che uccide il generale iraniano Qassim Suleimani è già uno stato di eccezione, fuori da ogni etica della guerra e da ogni morale umana. E su questo purtroppo taciamo in tanti.

Dice bene la Benedetti, la pandemia attuale non dà luogo ad uno “stato di eccezione”, ma ad uno “stato di emergenza” per la specie umana, che ci trasformerà la vita.
Come le pesti ricorrenti nella storia: quella di Atene che fece morire due terzi dei suoi cittadini incluso Pericle, tramandataci da Tucidide e Lucrezio. Quella del trecento che ci rimanda al Decamerone del Boccaccio, forse 20.000 morti per il batterio Yersinia pestis. Anche allora ci furono i complottisti dell’epoca che accusarono gli ebrei, dando luogo a persecuzioni ed uccisioni. Oppure, la caccia all’untore, durante la peste del seicento: il processo, la condanna e la colonna infame descritta da Manzoni.

A fronte di tutti i complottisti, la mia simpatia va a Don Ferrante, che ragiona su Aristotele e l’astrologia, le due scienze a sua disposizione all’epoca. Galilei era ancora a combattere istituzioni religiose dogmatiche e cieche (altro che le attuali!), sotto processo esattamente in quegli anni. E Don Ferrante conclude che la peste c’è, ma non il contagio; non prende alcuna misura di quarantena (ah!, se avesse letto Avicenna!), si ammala e «muore come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».

Arturo Tagliacozzo



*Ringrazio il prof. G.Avitabile per l’aiuto sui concetti dell’evoluzione biotica

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