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Quando a scuola si andava solo con lo zaino: i luoghi dell’infanzia nel Cilento

Molto spesso ci dimentichiamo che la vera storia del Cilento siamo noi. Ci sono angoli, esperienze, racconti di vita, aneddoti che non troviamo in nessun libro, ma che sono la testimonianza di ciò che siamo stati e che saremo.

Più volte, in questi giorni, mi è capitato di tornare con la mente agli anni delle scuole medie. Al Tg, spesso, si parla di un’ adeguata aerazione nelle istituti scolastici per fronteggiare l’emergenza covid e io non posso fare a meno di pensare agli spifferi di aria fredda che arrivavano dalle porte e dalle finestre del nostro edificio scolastico delle scuole medie di Castellabate. Mi è venuto da sorridere, pensando che, per la situazione attuale, saremmo stati all’avanguardia. Certo, sono passati vent’anni da allora ed è normale che ci siano stati degli stravolgimenti sociali.

Ho frequentato le scuole medie di Castellabate dal 1995 al 1998 e, forse, solo chi ha vissuto quegli anni potrà davvero ricordare le stesse sensazioni. Le parole, però, servono a raccontare a tutti esperienze che possono diventare storia o simbolo di un’ epoca per capire insieme come si diventa comunità anche e, soprattutto, all’interno delle scuole.

A Castellabate iniziare la prima media voleva dire entrare a fare parte di un nuovo mondo. L’ edificio scolastico era il palazzo Pinto- Comenale di Castellabate, immerso nel centro storico. Era scenografico andare a scuola lì perché bisogna addentrarsi nei vicoli. Si potevano scegliere due strade ma, in entrambi i casi, ti ritrovavi dinanzi ad un portone antico, maestoso e ti sembrava di entrare nella storia.

Il palazzo Pinto- Comenale era stato donato dalla nobile famiglia al Comune con la clausola di adibirlo ad attività sociali o culturali ed era diventato così sede della scuola media. Entrarci voleva dire immaginare che in quelle stanze, in un tempo molto lontano, avevano pranzato nobili e aristocratici. Il soffitto della sala professori era adornato con dipinti e sculture. Ogni classe aveva un balconcino pericolante, ma dal panorama mozzafiato. Così, mentre il professore spiegava, potevi sempre dare un occhio al mare, persino quando minacciava tempesta e sembrava che stesse per entrare l’ acqua anche in classe.

Naturalmente andare a scuola in una casa antica aveva anche i suoi contro. Gli alunni della sezione G ( ebbene sì all’epoca le classi erano numerose e avevamo più sezioni), per andare al bagno, dovevano attraversare parte della scuola cioè un’aula, in cui altri stavano facendo lezione, e la sala professori. Così tutti erano a conoscenza di quando uno degli alunni aveva un bisogno impellente. I riscaldamenti c’erano sì, ma, essendo un palazzo antico, dalle finestre e dalle porte trapelavano spifferi di aria fredda che ti costringevano a stare con il cappotto. Se capitavi vicino alla finestra, due o tre mal d’orecchi all’anno erano assicurati.

Non avevamo una palestra e l’ora di educazione fisica si trascorreva a giocare in uno splendido giardino tra gli alberi e il verde, un’ esperienza difficilmente ripetibile nella vita.

Naturalmente per le “precarie” condizioni in cui svolgevamo le nostre lezioni, vi erano continue polemiche sull’agibilità dell’ edificio. Oggi, infatti, il Palazzo è sede di attività socio-culturali, non più scolastiche.

Eppure io, di quegli anni, ho i ricordi più belli perché quello strano edificio aveva qualcosa di magico. A causa della stretta vicinanza delle aule, non c’ era una netta divisione tra le classi, ci sentivamo davvero tutti parte di una stessa scuola. Si organizzavano feste in giardino per la fine dell’anno, si condividevano i momenti di gioia e di dolore come in una vera comunità. Chiunque entrava in quell’ edificio e in quelle stanze, adibite ad aule, acquistava, pian piano, le sembianze del principe Salina nel Gattopardo.

Solo alla scuola media di Castellabate il tempo sembrava fermarsi e adagiarsi su quella strana e inconsapevole serenità. Durante i miei tre anni alle scuole medie l’Italia venne scossa dalla notizia del terremoto in Umbria. Ricordo ancora la preoccupazione di tutti per la precarietà dell’edificio, frasi del tipo “stavolta ci seppellirà tutti”. Eppure, anche in quel caso, si fece un piano di evacuazione adatto al povero e vecchio palazzo Pinto-Comenale e nessuno se ne preoccupo’ più. Quell’edificio sembrava eterno perché viveva grazie al chiasso dei ragazzi e allo straordinario paesaggio.

Spesso, sulle pagine di questo giornale, abbiamo parlato dell’ importanza dei luoghi in cui viviamo. A volte i ricordi affiorano inaspettatamente perché le sensazioni acquisite sono divenute talmente parte di noi da darle per scontato. Non so come l’esperienza scolastica abbia influito sulla vita dei giovani alunni di Castellabate. Di sicuro, però, quel luogo ha ancora un valore per tutti. Appena si pronuncia la frase “ti ricordi quella volta alle scuole medie…” viene spontaneo accennare un sorriso di nostalgia.

A volte, quando per tv ascolto discorsi intrisi di terrore, ripenso a quegli anni in cui senza cellulari, ma armati solo dello zaino, ci addentravamo ogni giorno a scuola attraversando vicoli, fronteggiando spifferi e giocando in un giardino adibito a palestra. Eravamo incoscienti sì, ma almeno pieni di vita. Anche questo era il Cilento!

Barbara Maurano

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2 risposte

  1. Clara Rania ha detto:

    I luoghi che ci accolgono restano protagonisti delle nostre emozioni, diamo a loro un valore quando li riscopriamo nei nostri racconti.

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