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artemisia gentileschi: la forza di una donna

Il 25 novembre ricorre la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Questa ricorrenza è stata istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Autoritratto come martire, 1615

La data non è casuale: il 25 novembre del 1960 vennero infatti uccise tre donne, le sorelle Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, sotto la dittatura di Rafael Leonidas Trujillo.

Il 25 novembre del 1981 si tenne il primo “Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche” durante il quale si scelse il 25 novembre come data contro la violenza sulle donne. E così nel 1999 l’ONU istituzionalizzò il tutto.

Nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne vogliamo ricordare una donna d’eccezione: Artemisia Gentileschi, per la violenza subita, per la sua forza ed il suo coraggio.

Artemisia fu una pittrice di talento vissuta alla fine del Cinquecento, in un’epoca in cui era una gran rarità trovare una donna che si dedicasse alla pittura e non certo perché non ve ne fossero, ma semplicemente perché gli occhi e le mani dell’artista non potevano che essere maschili.

Giuditta che decapita Oloferne, 1612-1613

Nacque nel 1593 a Roma da una famiglia di artisti; il padre Orazio Gentileschi era un pittore importante e da lui ereditò il suo talento e il suo amore per l’arte. E fu presso l’atelier del padre che iniziò la sua attività di pittrice negli anni in cui operò a Roma anche Caravaggio, che fu amico del padre, e dalla cui tecnica Artemisia rimase colpita. Era amico del padre anche il pittore Agostino Tassi, dal quale la ragazza appena diciottenne prendeva lezioni di prospettiva, e che non esitò ad abusare di lei approfittando dell’occasione e della sua posizione.

La denuncia non avvenne subito, anche perché Tassi offrì un matrimonio riparatore per salvare l’onore della famiglia, ritenuto allora l’unico danno arrecato da uno stupro. Artemisia, tuttavia, a distanza di un anno, con il supporto e il sostegno morale del padre, ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio e denunciare.

Susanna e i vecchioni, 1610

Notevole fu la forza di carattere che seppe mostrare nel sopportare tutto ciò a cui fu esposta nel processo che ne seguì. Affrontare un processo per stupro e fu vittima della Sibilla, una tipologia di tortura ideata per punire i pittori e gli artisti che consisteva nello schiacciamento dei pollici e nel fasciare le dita con delle corde fino a ferirle. Le mani dell’artista erano in grave pericolo e Artemisia rischiò di perdere le sue abilità.

Il processo si concluse per l’aggressore con una condanna a pochi mesi e per Artemisia con un matrimonio combinato per sedare le malelingue e il conseguente allontanamento da Roma, ritenuto più opportuno, cui seguì il trasferimento nella Firenze di Cosimo II.

A Firenze giunse prima la “sua fama” e non fu certo facile ricostruirsi una rispettabilità e un’identità.

Giuditta con la sua ancella, 1618-1619

Ma Artemisia non era donna da sopperire alle maldicenze e così fece tesoro del suo talento artistico per divenire una delle artiste più amate e apprezzate dalla società del tempo, prima donna ammessa alla prestigiosa “Accademia del Disegno” fondata da Cosimo I.

I suoi quadri, dipinti magistralmente in stile caravaggesco, affascinavano e le donne ritratte, in molte delle quali affiorano le fattezze dell’artista stessa, segnarono una novità nell’iconografia femminile del tempo: le donne di Artemisia sono forti, risolute, dominano la scena, mostrando una forza interiore che diviene parte integrante della loro bellezza.

Dopo il soggiorno fiorentino ritornò a Roma e fu accolta in maniera completamente diversa da come era stata salutata. Anche qui era giunta la sua fama di notevole artista che aveva oscurato l’onta di cui era stata vittima.

Autoritratto come allegoria della Pittura, 1638-1639

Si trasferì, poi, a Napoli, altra città italiana particolarmente fervente da punto di vista culturale, dove continuò a dipingere e a frequentare importanti artisti del tempo. A Napoli rimase, salvo un breve soggiorno a Londra, fino alla morte avvenuta nel 1656.

Giuditta che decapita Oloferne, opera del 1612. Giuditta, che secondo il racconto biblico tagliando la testa al generale Oloferne liberò la città di Betullia assediata dagli Assiri, secondo alcuni studiosi il soggetto potrebbe riferirsi e alludere alla violenza subita da Artemisia. Lo sguardo di Giuditta che decapita Oloferne è molto sicuro e fermo e la scena è particolarmente violenta. Di questo soggetto Artemisia

Un confronto può essere fatto con l’opera realizzata con l’artista diciottenne nel 1610, Susanna e i vecchioni. Qui, contrariamente a Giuditta, la donna è rappresentata indifesa e sopraffatta dai due uomini.

Artemisia Gentileschi oggi è diventata un simbolo della lotta contro la violenza sulle donne, avendo saputo reagire allo stupro subito con coraggio, sopportando la diffamazione di molti suoi contemporanei e riproducendo quella violenza nei suoi quadri, che diventano denuncia dei soprusi subiti ma anche rivendicazione del potere dell’arte e della bellezza.

 

Mariaconsiglia Di Concilio

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