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Lettera di Palinuro a Enea

Ranato Guttuso, Palinuro

Quella fu la mia ultima notte, Enea. Una notte eterna, antica. Una notte calda come il tempo da cui tutti veniamo.

Già vedevo i nostri compagni addormentarsi sotto le altissime stelle, che sempre mostrano le vie del mare. Eccolo lì – d’un tratto apparve – il Sonno leggero. Cercava me. Voleva me. Mi si fece accanto, con la leggerezza di chi ti avvolge e non ti stringe. “È ormai tempo di dormire”, ripeteva con quel volto invisibile chinato sul mio. Lui era alle mie spalle. Era a destra e a sinistra. Era ovunque, attorno a me.

“Il mare è placido. È ormai tempo di dormire”.
Mi chiese di abbassare la testa e di liberare i miei occhi stanchi dalle catene del duro lavoro. “Prenderò un poco il tuo posto; io veglierò per te”, sussurrò al mio orecchio. Ero molto stanco, come dopo un lungo viaggio, come dopo una grande gioia. Ma non lo ascoltai. Continuai a mantenere il mio sguardo fisso sui flutti tranquilli. Troppe volte il cielo sereno mi aveva tradito. Restai fermo, con le mani fisse sul timone, cogli occhi rivolti alle stelle.

Enea, tutto questo non è bastato. A niente sono servite la mia convinzione, la mia fedeltà, la mia volontà. Tentai di oppormi. Inutilmente. Ma un mortale non ha nessuna speranza se un essere divino rema contro di lui. Prometeo lo sa.
Il dio scosse sulle mie tempie un ramo bagnato nel Lete, pieno di sonno. Mi addormentavo e nel frattempo lottavo. Mi addormentavo e nel frattempo gridavo. Senza più forza nelle braccia e nelle gambe, il Sonno mi gettò a capofitto nel mare. Con me c’era il mio timone. La mia vita.
Enea, tu lo sai, io non ti ho mai tradito.

Mariasole Nigro

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