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I giochi di una volta nel Cilento

Dopo un breve ripasso dei mestieri praticati anticamente nel Cilento, questa volta andremo alla riscoperta di alcuni giochi di strada del passato, praticati dai primi anni del Novecento fino agli anni ‘50-’60, che i nostri genitori, nonni e zii ricordano oggi con affetto e una punta di nostalgia.
Il gioco rappresenta sin dalla nascita lo strumento attraverso il quale avviene l’apprendimento di regole, valori e ruoli sociali, si viene socializzati alle relazioni di gruppo, si impara a mettersi nei panni dell’altro, a coltivare l’empatia e a controllare le proprie emozioni.

Secondo il sociologo e psicologo sociale George Herbert Mead, con il gioco inizia il processo di costruzione della propria personalità. Attraverso i giochi individuali, che si praticano nei primi anni di vita, si apprendono ruoli distinti e separati e nell’assunzione del ruolo dell’altro si impara a diventare soggetto e oggetto dell’attività svolta. In questa fase, detta “play”, avviene una costruzione parziale del sé in quanto il bambino interpreta pochi e specifici ruoli e non ha ancora sviluppato la visione d’insieme propria del gioco organizzato.
Infatti è nel gioco di squadra, il “game”, che si arriva alla comprensione e all’interiorizzazione dell’“altro generalizzato”, con cui si fa riferimento all’insieme delle norme, delle attività e dei ruoli di tutte le persone coinvolte nel gioco. Conoscendo le posizioni occupate da tutti i soggetti in campo, il bambino è in grado di assumere gli atteggiamenti e le condotte degli altri, osservando sé stesso dal loro punto di vista e imparando ad agire di conseguenza. In questa fase si completa il processo di formazione del sé.

Anticamente i giochi si costruivano mettendo a frutto l’ingegno e la fantasia, e con mezzi rudimentali si potevano creare passatempi che rendevano felici bambini e bambine.
Accanto ai giochi tradizionali, alcuni dei quali sopravvivono tuttora, come nascondino, il gioco della corda, il gioco delle biglie, i quattro cantoni, mosca cieca, lo yoyo, girotondo, ve ne erano altri molto divertenti, tramandati di generazione in generazione, che erano i preferiti di quei tempi.
I vari giochi presentavano molte varianti e prendevano nomi diversi a seconda del luogo di appartenenza, riadattando le regole e le modalità di gioco nel corso del tempo. Molti di essi si svolgevano all’esterno e impegnavano bambini e ragazzini all’aria aperta per diverse ore della giornata. I giochi si differenziavano tra loro in base all’età, al genere e al periodo storico di riferimento.
Nei primi decenni del Novecento, a Castellabate, i bambini si dedicavano ai “giochi di guerra”, attraverso i quali simulavano, utilizzando pietre, fucili e spade di legno, episodi bellici legati al primo conflitto mondiale o rievocavano eventi di storia locale, come le lotte contro gli invasori francesi a Licosa dei primi anni dell’Ottocento o le rivolte dei briganti più tardi.
Un altro gioco datato, risalente probabilmente al dopoguerra, era quello delle “formelle”, termine dialettale con cui si indicavano i classici bottoni. I ragazzini si radunavano nei vicoli del paese e mettevano letteralmente in gioco ognuno i bottoni che possedeva, che servivano per praticare altri giochi. Le formelle si recuperavano da pantaloni, giacche, camicie o cuscini e si mettevano in palio dopo aver superato alcune prove. Capitava che per una giocata i bambini si strappassero sul momento i bottoni dei pantaloni e, persa la partita, tornassero a casa quasi svestiti.
Uno dei passatempi che ha rallegrato soprattutto le bambine era “‘a pupa re pezza”, una piccola bambola realizzata con calze usate o pezzi di stoffa legati con lo spago a formare le braccia e le gambe, i capelli erano di lana filata e aveva un fazzoletto in testa (‘u maccaturo) e un piccolo grembiule intorno alla vita (‘u sino).
Un gioco tipico delle regioni meridionali era “‘u strummulo”. Si tratta di una piccola trottola di legno con delle scanalature e un chiodo di metallo alla punta su cui si avvolgeva uno spago (funecieddo) e, mantenendo con le dita un capo della corda, veniva lanciata a terra con un rapido movimento di polso. I bambini si sfidavano tra loro a chi faceva roteare lo strummolo con maggiore velocità e per più tempo e, ovviamente, con la pratica di acquisiva maggiore destrezza. Oltre all’abilità, a decidere le sorti del gioco erano la lunghezza della corda e la superficie su cui si faceva ruotare: uno spago troppo lungo non si sarebbe svolto in tempo prima che la trottola cadesse al suolo; uno troppo corto non avrebbe permesso un lancio tale da far roteare la trottola per lungo tempo. Spesso lo strummolo si sollevava da terra in piena rotazione e si faceva girare in mano, oppure quando ruotava si faceva passare la corda sotto la punta facendo attenzione a non interrompere la girata.

Quasi tutti i giochi erano preceduti dalla conta, detta “‘u tocco”, e si accompagnava il conteggio con versi di filastrocche o ritornelli per decidere chi doveva iniziare e con quale ordine.
Un altro gioco molto diffuso che divertiva i nostri nonni e genitori era “mazza e piuzo”, meglio conosciuto con il nome “gioco della lippa”, il quale era denominato con varie espressioni dialettali a seconda delle località. Con un bastone di legno di circa mezzo metro si doveva colpire un altro bastoncino, lungo una decina di centimetri e dalle estremità appuntite, e una volta sollevato da terra doveva essere lanciato il più lontano possibile.
Oppure molto gettonato era “‘u juoco ra vreccia”, in cui bisognava posizionare in verticale un ciottolo (vreccia) e poi si lanciava una moneta o un bottone cercando di farlo avvicinare il più possibile al ciottolo. Chi si approssimava di più alla pietra vinceva tutte le monete o i bottoni degli avversari. Se due giocatori lanciavano la moneta alla stessa distanza ripetevano il gioco sfidandosi solo tra loro oppure si accordavano dividendo la posta.
Simile a questo era “‘u juoco ra staccia”. I partecipanti dovevano lanciare la “staccia”, una pietra piatta e ben levigata, verso un ciottolo posizionato in verticale ad una determinata distanza, dietro cui si mettevano bottoni, monete o figurine. A turno si lanciava la propria staccia e se questa colpiva la pietra si vinceva la posta in palio.
Un altro gioco, praticato prevalentemente dai maschi, era “sotta ‘o muro”. Dopo aver fatto la conta e deciso l’ordine di gioco, i partecipanti dovevano lanciare una moneta o un bottone cercando di farlo avvicinare il più possibile alla delimitazione del muro, ma senza toccarlo. Chi ci riusciva vinceva le monete dei compagni lanciate più distanti. Una versione simile era “‘u juoco ru parmo”, anche detto “battimuro”, in cui i partecipanti dovevano posizionarsi ad una certa distanza da una parete e lanciare contro il muro una moneta (o un bottone) facendola rimbalzare e cercando di avvicinarla a quella dell’avversario. Il primo sorteggiato aveva il compito di gettarla il più lontano possibile, e a partire dalla moneta del secondo giocatore si misurava la distanza dalle monete lanciate in precedenza, che doveva essere pari a un palmo di mano. Se l’apertura della mano tra il pollice e il mignolo riusciva a comprendere la moneta, questa era vinta e tolta dal gioco.

Poi vi era “‘u juoco ri cinco prete” e consisteva nel disporre a terra cinque sassolini rotondi vicini tra loro; con una mano si afferrava un sasso e si lanciava in aria, contemporaneamente con la stessa mano bisognava prendere uno dei sassolini rimasti a terra e riprendere al volo il primo lanciato e metterlo da parte, e così via, aumentando man mano i numeri dei sassi da afferrare mentre l’altro è in aria. Nell’ultima fase del gioco si dovevano posizionare le mani a forma di arco, lanciare la pietra in aria e nel frattempo spingere gli altri sassi tra le due dita. Vinceva chi riusciva a raccogliere tutti i sassi senza sbagliare.

I bambini delle famiglie meno agiate non possedevano biciclette o monopattini, così costruivano da sé con materiali di fortuna la propria “carrozza”. Si trattava di una tavola di legno con un’asse chiodata, sotto cui si fissavano piccole ruote, due dietro e una davanti, realizzate con i cuscinetti a sfera delle auto e si guidava tenendo una corda che fungeva da manubrio. Con la carrozza i bambini si divertivano attraversando a grande velocità le discese del paese.

Un gioco tradizionale che sopravvive ancora oggi è la settimana, “‘a sittimana”, detta anche campana. Con un gesso colorato o un pezzo di carbone, a seconda della forma che si voleva dare ai riquadri, si disegnavano per terra delle caselle numerate. Ogni partecipante si dotava di una pietra che veniva lanciata a partire dalla prima casella e, saltellando con un solo piede, si doveva completare il percorso e al ritorno recuperare la pietra senza toccare le linee o uscire fuori altrimenti si perdeva il turno, che passava al giocatore successivo. Si riponeva particolare fiducia nella forma della pietra scelta, che si custodiva sempre in tasca pronti per un’eventuale partita. La settimana è un gioco raccomandato in quanto aiuta a sviluppare le capacità motorie, l’equilibrio e la coordinazione occhi-mano-piede poiché richiede attenzione, concentrazione e gestione dei movimenti del corpo in uno spazio delimitato.

Con le carte o con le figurine dei calciatori “Panini”, invece, si giocava al gioco “ru cuoppo”. Ogni giocatore consegnava una carta a formare un piccolo mazzo e a turno, con un colpo secco della mano sulla superficie, si doveva fare aria sulle carte per sollevarne quante più possibile. Si vincevano le carte che si riusciva a far rigirare. Solitamente le figurine cedute erano doppioni che si mettevano in gioco attraverso diverse prove per cercare di ottenere quelle che ancora non si possedeva. In questo gioco bisognava tenere la mano a coppa e calibrare bene la forza per far rivoltare le carte nel verso giusto.
Infine, molto praticato dai maschi era il gioco della cavallina, chiamato in dialetto cilentano “uno mpont ‘a luna”. Dopo aver fatto la conta, si sceglievano i giocatori che dovevano saltare e quelli che dovevano “stare sotto”, cioè fare la “cavallina”, con il corpo piegato in avanti e le mani sulle ginocchia. A turno gli altri partecipanti dovevano saltare appoggiando le mani sulla schiena per darsi lo slancio e oltrepassare l’ostacolo. Nel momento in cui si saltava bisognava ripetere varie formule o fare le prove che le formule richiedevano, senza toccare il compagno davanti. Se si sbagliava il salto si sostituiva il giocatore inchinato.

I giochi di un tempo hanno segnato un modo di vivere lo spazio dettato dall’appartenenza sociale ai propri luoghi di vita, quasi che, “appropriandosi” di un pezzo di strada, di un muro, una pietra, un albero o una panca, ci si sentisse parte di una comunità in cui i giochi di strada hanno rappresentato una delle prime esperienze di condivisione e di socialità grazie alle quali si cementavano relazioni sociali, di vicinato e tra generazioni diverse, come a dire che le cose non appartenevano a nessuno ma appartenevano a tutti.

Claudia Alfano

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