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“Non è vero, ma ci credo!”, spunto per una riflessione sul “fare teatro” oggi.

“Non è vero, ma ci credo!” è una commedia che Peppino De Filippo scrisse nel 1942 e dalla quale, dieci anni dopo, fu tratto anche un film omonimo. Narra delle superstizioni del commendator Gervasio Savastano, che lo porteranno a sconvolgere (apparentemente) le vite dei suoi familiari e degli impiegati della sua impresa. È (e resterà) un classico della tradizione teatrale italiana. Sebbene sia firmato da Peppino, il testo subisce l’influenza anche degli altri due De Filippo, cosa successa per tutte le commedie prodotte e rappresentate dai tre fratelli, almeno fino al 1944, anno in cui Eduardo e Peppino decisero di separare le loro carriere dopo molte incomprensioni e diverbi. Una produzione copiosa che porta i segni di quel tempo, caratterizzata da disagio, sofferenza, rivalsa, genialità.

Rappresentare testi come “Non è vero, ma ci credo!”, credo sia oggi una bella opportunità. Quello visto anche al De Filippo di Agropoli con Enzo Decaro per la regia di Leo Muscato, rispetta le messe in scena di Peppino (negli anni ’50) e di Luigi (negli anni ’70), ma riporta i fatti del testo agli anni ’80: un decennio particolare e speciale, durante il quale Napoli ha vissuto “il meglio del meglio” e “il peggio del peggio”, come può succedere solo a una città dai mille contrasti, sempre pronta a rappresentarsi al mondo con la necessità di esprimere un pensiero insieme con un’autonomia di giudizio, conservando, allo stesso tempo, un profondo rispetto per la diversità dell’altro.
È così che in quella stessa Napoli potevano esprimersi Pino Daniele e Nino D’Angelo, Sergio Bruni e James Senese, Mario Merola e la Nuova Compagnia di canto popolare.


Mi piace pensare che anche per il teatro di oggi possa esserci spazio per un profondo lavoro di ricerca, partendo dalla nostra enorme tradizione. Anche “ricercare” è un modo per offrire qualcosa al pubblico dal quale automaticamente si riceve.
Dallo spunto del testo di Peppino, portato oggi di nuovo al successo da Decaro, mi sorge spontanea una riflessione sul “fare teatro” in questo tempo ancora caratterizzato da difficoltà e incertezze. Lo stesso tempo riconduce alla necessità di riportare il teatro al senso di libertà negata, anche attraverso una certa leggerezza di natura calviniana (che non è superficialità). È assolutamente opportuno considerare il teatro come luogo dell’incontro, del pensiero, della riflessione, del contatto con sé stessi; ciò può avvenire anche attraverso una risata, un sorriso e, in qualche modo, contribuire a ristabilire luoghi di indipendenza nella nostra mente, in contrapposizione ai vincoli che l’omologazione comunicativa e pubblicitaria ci impongono.

In fondo, il teatro ci consente l’incontro con la versione migliore di noi stessi; ci spinge, fuori dall’ordinario, a compiere azioni extra-ordinarie, nel tempo in cui è diventato straordinario anche solo uscire di casa per andare a divertirsi, a vivere e sentire qualcosa di diverso.
Torniamo dunque a pensare il teatro come un luogo da frequentare per migliorarci, per confrontarci. Magari, facendoci una bella risata.

Pierluigi Iorio

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Una risposta

  1. Umberto Anaclerico ha detto:

    Sono d’accordo, vivere il teatro, vivere la vita, anche con tutte le sue incertezze,debolezze, sorridere, sempre, nonostante tutto e tutti, arricchirsi sempre, fa bene al cuore alla mente all’anima, per quanto riguarda la messa in scena vista al De Filippo, ho trovato, rinnovamento nella tradizione, senza mai perderla di vista, quindi reputo che la lettura della Comnedia da parte del Regista sia sublime, come tutto il cast di Attori ed Attrici, complimenti, sinceri a tutti💯💯💯

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