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Gli eroi a nudo : i disturbi mentali colpiscono (anche) gli sportivi professionisti

Le Olimpiadi di Tokyo del 2020, disputate con un anno di ritardo a causa della pandemia da Covid 19, saranno ricordate non solo per i risultati storici conseguiti dall’atletica italiana ma anche per il primo ritiro determinato non da infortunio fisico.

Simone Biles, stella indiscussa della ginnastica artistica, cinque titoli mondiali individuali e quattro ori alle precedenti Olimpiadi di Rio, ha dato forfait per curare la propria salute mentale. Dopo la prova al volteggio, la ginnasta americana ha deciso di non prendere parte alle altre prove previste, spiegando di non riuscire più ad eseguire gli avvitamenti, elementi tipici di ogni suo esercizio, per l’impossibilità di controllare la fase di volo e l’elevato rischio di caduta. La vicenda ha scosso l’intero movimento sportivo olimpico, ponendo prepotentemente al centro del discorso la questione della salute mentale degli atleti.

Nell’immaginario collettivo l’atleta è visto come un super-uomo capace di resistere a tutte le pressioni e le enorme aspettative che accompagnano quotidianamente la sua vita, quasi per propensione naturale. Se gli infortuni fisici vengono messi in conto e accettati –dagli atleti stessi e dagli addetti ai lavori- il disturbo mentale ancora oggi è negato o minimizzato.

Nella vicenda di Simone Biles non sono mancate tali reazioni da parte di politici e giornalisti americani e anche la piazza virtuale non ha lesinato critiche per la scelta della ventiquattrenne di Columbus. Le prime reazioni di sostegno sono invece giunte dalle compagne di squadra e dagli altri atleti, consapevoli del fatto che la depressione è un problema reale nel mondo dello sport. La presa di posizione della Biles, nella manifestazione sportiva più importante per ogni atleta, è al tempo stesso una richiesta di aiuto e una denuncia dell’indifferenza della società.

In Italia la questione è stata negli anni proposta da diversi calciatori- anche della Nazionale- ma non ha prodotto una seria riflessione né a livello politico né a livello dirigenziale sportivo e ciò la dice lunga anche sulla nostra società: un calciatore ricco e famoso non può essere depresso – come se i disturbi mentali fossero legati al proprio stipendio.

Proprio in questi giorni era in discussione in Parlamento la proposta di istituire un bonus per favorire l’accesso ai servizi psicologici a chi ha vissuto in maniera traumatica la pandemia da Covid 19, proposta clamorosamente bocciata all’ultimo minuto.

Viene da chiedersi, tuttavia, se non sia il caso invece di pensare ad una struttura di sostegno psicologico stabile. Si potrebbe legare la pratica sportiva (nelle scuole e nelle società dilettantistiche ed amatoriali) ad una consapevole cura della propria salute mentale. In un luogo familiare gli atleti si sentirebbero probabilmente più consapevoli dei propri bisogni e avrebbero meno difficoltà a chiedere sostegno. Occorre certo la volontà e la lungimiranza politica di investire in strutture, professionalità e strumenti per garantire servizi adeguati ai cittadini-atleti. La pratica sportiva diventerebbe così strumento di tutela della propria salute fisica e mentale.

Francesco Di Tommaso

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