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Luoghi che non contano: perché il Cilento si sta spopolando?

Il Cilento è una vasta area territoriale di circa 1810 kmq nella parte meridionale della Campania e si estende fra la pianura del Sele e il Golfo di Policastro, delimitata dal Vallo di Diano e dai paesi che si affacciano sul Tirreno. Il termine Cilento deriva dal latino “cis Alentum”, al di qua del fiume Alento, anche se nel corso della storia il territorio si è sviluppato, dal punto di vista geografico e politico, in maniera più estesa rispetto a quanto la parola lasciasse intendere. Nel 1991 è stato istituito il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, poi diventato area naturale protetta e riconosciuto nel 1998 Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Ad oggi nel Cilento vivono circa 129 mila abitanti dislocati tra aree interne e costiere molto eterogenee per conformazione, usi, costumi, tradizioni e aspetti culturali e linguistici. Ad esempio, gli idiomi locali cambiano e si diversificano se solo ci spostiamo nel raggio di pochi chilometri. La varietà delle tradizioni e dei rituali rispecchiano la storia e le radici culturali dei luoghi e dei loro abitanti.
Molto spesso sui giornali o sui media possiamo leggere articoli che parlano di come nel Cilento si viva bene e in media più a lungo rispetto ad altri territori, si mangi bene e si respiri aria buona. Ma questo è un racconto parziale di una realtà multiforme e sfaccettata, con tante contraddizioni, in cui convivono vivibilità e disuguaglianze sociali.

Il Cilento presenta caratteristiche comuni date dalla bellezza paesaggistica e dalla ricchezza del patrimonio culturale, aspetti universali che nel tempo hanno contribuito a definirne l’identità, ma se ci caliamo nel particolare possiamo osservare quanto questo territorio sia stato storicamente dimenticato e “invisibilizzato” dalla politica e dalle istituzioni che non hanno saputo – e non sanno – valorizzare e salvaguardare le risorse e il patrimonio artistico, turistico e culturale. Negli anni, molte persone – chi con molta angoscia, chi con un senso di maggiore leggerezza – hanno deciso di abbandonare i luoghi in cui sono nate, cresciute e si sono formate, molte hanno cercato di resistere ma non ce l’hanno fatta a causa dell’assenza di opportunità e di prospettive lavorative e di vita difficili da realizzare. A lasciare questa terra sono per lo più persone giovani e qualificate[1], le quali si spostano soprattutto nelle regioni del Centro e Nord Italia, alla ricerca di nuove esperienze e nuovi stimoli con cui possano mettere a frutto le proprie potenzialità e capacità che qui restano sopite e non riconosciute.

L’emigrazione dal Cilento, e dal Sud in generale[2], è un fenomeno antico ma a partire dalla crisi economica degli ultimi anni sta facendo registrare dati ancora più scoraggianti. Secondo un’indagine[3] condotta dal sindacato Spi-Cgil sullo spopolamento in Campania nell’arco temporale 2001-2019, il Cilento ha registrato un lieve incremento della popolazione, passando da 128.364 a 129.626 unità. È stato riscontrato un aumento del numero di abitanti nelle zone costiere mentre sono le aree interne quelle interessate da un rilevante calo demografico, in alcune di esse contenuto solo parzialmente dall’aumento di persone immigrate. In questi territori, dove la presenza giovanile è molto limitata, assistiamo all’invecchiamento della popolazione che a sua volta fa emergere il bisogno di servizi di cura territoriali per rispondere alle esigenze delle persone anziane. Quando un paese perde una parte dei suoi abitanti va incontro alla perdita dei servizi essenziali e di quelle reti di aiuto e sostegno formali e informali che sono alla base del vivere collettivo.
Le aree che sono maggiormente a rischio spopolamento sono i comuni dell’entroterra cilentano, piegati da annose carenze strutturali nei servizi, nella sanità, nell’istruzione e nel trasporto che determinano l’abbandono di questi territori; lo spopolamento, a sua volta, incide sull’efficienza e sulla qualità dei servizi territoriali offerti, in un circolo vizioso che mette a dura prova la possibilità di condurre quella che la filosofa e studiosa Judith Butler chiama “una buona vita”[4].

Cosa significa condurre una buona vita? Significa avere la possibilità di essere curati quando si sta male, di studiare e quindi raggiungere scuole e università in sicurezza e con mezzi adeguati, di partecipare alla vita pubblica, di far parte di centri di aggregazione culturali e socio-ricreativi, di mantenere e rafforzare legami sociali, di favorire e tutelare la vita sociale delle persone anziane e i diritti delle persone disabili. Infatti, un altro problema, strettamente connesso ai precedenti, è quello legato alla mobilità e alla viabilità interna, che rallenta e complica i collegamenti tra le aree periferiche o tra esse e le zone più centrali con conseguenze che ricadono sulla sfera sociale, relazionale, affettiva, lavorativa.
Di fronte a queste condizione di precarietà, allo smantellamento del welfare e dei supporti sociali, incapaci di assicurare lavoro, casa, istruzione e una vita dignitosa per tutti e tutte, le persone vanno via e lasciano la propria terra d’origine.
Chi ha deciso di rimanere e di investire energie, tempo e risorse nel proprio territorio lo ha fatto cercando di “reinventarsi”, di portare avanti e rilanciare aziende di famiglia, intraprendendo attività in una veste più innovativa e legata alle esigenze dei tempi attuali o portando avanti progetti nel campo dell’agricoltura dove si cerca di unire tradizione e nuove tecnologie.

Se lo stato di bisogno prodotto dall’organizzazione sociale, politica ed economica in cui viviamo spinge molte persone a emigrare altrove, non significa che chi non abbia lasciato il proprio paese d’origine sia meno coraggioso di chi è andato via, semplicemente perché non tutti si trovano nelle stesse condizioni materiali di partenza e questo è alla base delle disuguaglianze sociali che in territori come il Cilento sono ancora più visibili. Per questo bisogna incentivare la formazione, creare occasioni di sviluppo e crescita economica, favorire il benessere collettivo attraverso il miglioramento dei sistemi di welfare territoriale, valorizzare le risorse che ogni territorio ospita al proprio interno, dal turismo all’artigianato, dalle piccole imprese al settore culturale. Il mare, l’archeologia, l’enogastronomia, la biodiversità, i paesaggi e i borghi possono diventare i punti di forza e di attrazione che se sistematicamente potenziati, rivalutati, valorizzati e messi a disposizione della comunità possono arginare lo spopolamento di questi territori.
Lo spopolamento del Cilento è un fenomeno che deve essere analizzato, studiato per fa sì che entri a far parte del dibattito pubblico in tutta la sua complessità, a partire dai fattori che lo determinano alle conseguenze che produce, coinvolgendo tutti gli attori sociali, politici, economici. Ma prima di tutto si deve provare a rispondere alla domanda: cosa bisogna fare e quali sono le strategie da mettere in atto per poter condurre una “buona vita” nel Cilento?

[1]https://www.istat.it/it/files//2021/01/REPORT_MIGRAZIONI_2019.pdf,pag. 8.

[2]http://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2020/11/rapporto_2020_sintesi.pdf

[3]https://www.ilvaglio.it/comunicato-stampa/33998/nota-della-cgil-campania-sullo-spopolamento-delle-aree-interne.html

[4]Judith Bulter, A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma 2013

Claudia Alfano

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