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Patrimonio culturale e futuro

Podio del tempio di via Santo Spirito nel 1987 con peperoncini appesi

Nell’iniziare questa rubrica dedicata al ricco patrimonio culturale del nostro territorio e ai sui valori quali stimoli per una crescita sociale sostenibile e per la costruzione di un futuro fondato sulla conservazione della memoria in tutti i suoi aspetti, vorrei presentarmi a voi tutti raccontandovi la mia storia di funzionario archeologo e del mio primo incontro con una terra ricca di storia e di cultura, che mi era quasi completamente sconosciuta tranne che per Paestum e Velia più volte incontrate nei libri di archeologia.

Buccino vista da Sud 1987


Ero arrivata da poco alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno quando mi mandarono a Buccino per vedere cosa succedeva nel centro storico.
Mandarono me perché non avevo ancora nessun altro incarico, venivo da Pompei e “studiavo le cose romane”.
Era agosto, faceva un caldo infernale.
L’autostrada verso Reggio Calabria era una fila ininterrotta di lamiere arroventate dal sole, la macchina di servizio che mi portava, un rottame, con il portellone del bagagliaio legato da una corda e, naturalmente, senza aria condizionata.
Sudata e stanca come se avessi percorso mezza Italia, ci misi più di un’ora a trovare l’ufficio della Soprintendenza, nessuno sapeva dov’era.
Quando lo vidi anch’io trovai il nome di Ufficio troppo importante per l’orribile prefabbricato della Protezione Civile che stava, coperto di rovi, nel mezzo di un campo pieno di cumuli di terra.
Ci lavoravano due persone, un custode e un operaio che si affrettarono ad accompagnarmi nel centro storico.
Salimmo sulla collina e, arrivata alla porta della città, mi colpì la vista di una voragine scavata per abbattere e ricostruire un palazzo.
Un silenzio impressionante regnava dappertutto, non si muoveva una foglia. “Dov’è la gente?” chiesi ai miei accompagnatori; “non c’è più nessuno” fu la laconica risposta.

Parco Archeologico Urbano – Terrazzamento

Che non era proprio così lo scoprii più tardi, ma quel giorno mi strinse il cuore un senso di perdita e di abbandono; quasi scappai dopo avere recuperato la base di colonna che ero andata a vedere in un sottoscala. Volevo andarmene e non tornare mai più.
Ci sono tornata e sono rimasta in questo territorio per più di un quarto di secolo.
Ci sono tornata perché avevo sempre voluto fare il funzionario di Soprintendenza, convinta che agire in concreto, sul campo, fosse il modo migliore per conservare il passato e la storia e degli uomini.
Quel posto, per me lontano ed ignoto, era pieno di storia e, in una impressionante quotidianità con l’antico, sfoggiava, come se nulla fosse, il podio di un tempio cui erano appese corone di peperoni rossi ad asciugare al sole.

Solo qualche tempo dopo, rileggendo “Le città invisibil” di Italo Calvino ho trovato il senso di ciò che mi aveva colpito in quel primo giorno buccinese.
Se la città, come Zaira dagli alti Bastioni, è fatta delle “relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato” a Buccino l’onda dei ricordi del passato permea l’intero spazio urbano come le linee di un destino che si legge in tutti gli angoli dei vicoli e delle case, in tutte le pietre delle strade. Questo è il suo fascino particolare, il genius loci, che chiunque metta piede nel centro storico avverte tanto da non far più caso neanche all’abbandono di certi angoli.

Museo Archeologico di Volcei

Il terremoto che, come scoprii più tardi, aveva contribuito, più volte nei secoli, a costruire questo fascino, stava diventando l’arma distruttiva che avrebbe polverizzato ogni frammento di una storia secolare e sottratto le memorie condivise ai suoi abitanti. Questa era la perdita che avevo sentito aleggiare intorno a me e che ho fatto il possibile per evitare con il mio lavoro di archeologa
Nel lungo tempo vissuto a Buccino ho riso e pianto, lavorando, sicuramente, più di quanto mi era richiesto. Giovane e armata solo del “sacro fuoco dell’archeologia” ho dovuto trovare il coraggio di affrontare minacce, discussioni, denunce, ma mai mi sono pentita di avere lasciato, ragionando con il cuore più che con la testa, la Direzione del Museo di Pontecagnano, certo più utile per la carriera, per un posto in cui misurare me stessa con una continua sfida, in una realtà non certo facile e ignota ai più.
Ho incontrato persone che sono divenute amici, ho visto crescere bambini che ora, giovani uomini e donne, sono divenuti l’anima del museo dell’antica Volcei, ci sono state e ci sono anche persone che mi pensano come una nemica, ma nell’ andare degli anni io ho sentito questa terra come il mio posto, una casa dove sono cresciuti i miei figli, dove ho trovato il coraggio di vivere i giorni delle mie perdite e delle mie sconfitte, dove ho sentito di poter dare il meglio di me per realizzare un sogno.

Adele Lagi

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3 risposte

  1. gianluca gallo ha detto:

    da guida turistica, mi piacerebbe organizzare un appuntamento per venire a studiare la risorsa e poterla poi promuovere

  2. Piera ha detto:

    Pensare che mio padre è nativo di Buccino, da piccola mi ci portava sempre ed è veramente bello vedere che è rifiorita

  3. LizaDitr ha detto:

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