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Cilento tra natura e leggende

Oggi, 24 Maggio, si celebra la giornata europea dei parchi: i parchi e le aree protette costituiscono un patrimonio unico e prezioso da vivere e tutelare.

Il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è al secondo posto in Italia per dimensioni, infatti si estende dalla costa tirrenica fino ai piedi dell’appennino Campano-Lucano ed include numerose cime dei monti Alburni, del Cervati e del Gelbison, nonché i contrafforti costieri del Monte Bulgheria e del Monte Stella. Nel 1997 è diventato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco.
La straordinaria ricchezza naturalistica del territorio eterogeneo va di pari passo con il carattere mitico e misterioso di una terra ricca di storia e cultura.
Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento c’è Sant’Angelo a Fasanella un piccolo borgo che custodisce due Beni dichiarati Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Sant’Angelo a Fasanella: trae origine dall’unione di Fasanella, antica città distrutta da Federica II di Svevia, con il casale di Sant’Angelo. Il nome Fasanella deriva da Phasis, antica città. L’antico centro sorgeva in località S. Manfredi a circa 3 km dall’attuale centro urbano e di esso sono rimasti i ruderi di un antico castello e quelli della chiesa di San Pietro.
Ma il grande vanto del borgo sono i due patrimoni Unesco presenti sul suo territorio: l’Antece e la Grotta di San Michele Arcangelo.
L’Antece, il cui significato corrisponde ad “antico”, è una scultura rupestre risalente al IV sec. a.C. che mostra un guerriero nell’atto di impugnare con la mano destra una lancia, la cui base è fissata ad uno scudo protettivo, e con la sinistra una spada corta.

Da alcune testimonianze rinvenute in loco, come i resti di una cinta muraria e di un’area sacrificale, si deduce che l’antico popolo dei Lucani aveva edificato in quest’area una fortificazione militare e, inoltre, che la scultura scolpita nella roccia rappresentava una sorta di protettore. Ma i Lucani non furono i primi ad accedervi. Sono state ritrovate, infatti, tracce risalenti addirittura a 40.000 anni fa, ovvero oggetti attribuiti agli uomini di Neanderthal.
L’altro patrimonio di Sant’Angelo è la Grotta di San Michele Arcangelo.

 

Dalle indagini storico-archeologiche effettuate nel corso degli anni, si evince che la grotta era utilizzata già nell’età preistorica come rifugio.
Si pensa che successivamente si trasformò in un sito religioso dedicato al culto delle acque ed è facile supporre che la presenza di stalattiti e stalagmiti all’interno dell’antro fossero venerate come vere e proprie icone sacre, probabilmente percepite come figure realizzate delle stesse divinità.
Diversi millenni più tardi, la grotta divenne un Santuario cristiano consacrato a San Michele. Questa era la sorte della maggioranza delle grotte adibiti a funzioni religiose.
Esse venivano generalmente dedicate al culto di San Michele poiché, secondo la tradizione, ciò corrispondeva al volere del santo, la cui prima apparizione sarebbe avvenuta proprio in una grotta.
Il culto micaelico era molto diffuso in Campania e in generale nel meridione d’Italia, a causa della presenza sul territorio del popolo dei Longobardi giunti dal nord dell’Europa. Questi, dopo essersi convertiti al cristianesimo, decisero di eleggere San Michele come loro protettore.
La ragione di questa scelta è forse dovuta al fatto che San Michele Arcangelo, il condottiero delle milizie di Dio che aveva combattuto contro le orde di Satana, veniva da loro istintivamente associato ad Odino, l’antico dio norreno protettore dei guerrieri.
Tuttavia, nel caso della grotta di Sant’Angelo a Fasanella, esiste una leggenda che fa risalire la sua scoperta a Manfredo principe di Fasanella, il quale vide il suo falcone da caccia entrare in una fenditura della roccia, da cui proveniva un’incantevole melodia.
E così, tornato alla ricerca del falcone con un seguito di servitori, il principe scoprì la grotta. Al suo interno vi trovò un altare alle cui spalle vi era una parete sulla quale egli riconobbe l’impronta delle ali dell’Arcangelo Michele. Si narra che da quel momento in poi la grotta fu dedicata al santo e divenne luogo di culto e venerazione.
Le sagome delle ali dipinte sulla roccia sono effettivamente ancora visibili nel santuario ma non rappresentano di certo l’unico tesoro presente nel Santuario.

Un pregevole portale quattrocentesco, quasi sicuramente realizzato da Francesco Sicignano, noto scultore cilentano dell’epoca, costituisce l’accesso al Santuario. Il portale presenta capitelli decorati e le figure scolpite di un leone e una leonessa in stile neoromanico.
Una volta entrati, sulla destra è visibile un pozzo rivestito da ceramiche napoletane del XVII secolo e di fronte lo stemma dei Caracciolo scolpito su pietra.
Il colpo d’occhio all’interno è molto suggestivo. Il Santuario si presenta come un’opera d’arte creata congiuntamente dalla natura e dall’estro umano.
Sono visibili stalagmiti sparse sul pavimento, cumuli di antiche tombe da cui affiorano resti umani mummificati e, a circa cinque metri d’altezza, un’edicola a tettuccio accostata alla roccia. Ad impreziosire il sito, inoltre, sono presenti un organo, un pregevole altare seicentesco dedicato all’Immacolata e una statua della Vergine con Bambino attribuita alla scuola napoletana del trecento.

Sant’Angelo a Fasanella è dunque un piccolo scrigno che racchiude tesori naturali e artistici di grande valore, tuttavia ancora sconosciuti al grande pubblico, nonostante il riconoscimento dell’UNESCO.

È una base di partenza ideale per girare il Cilento ed intraprendere escursioni e nuove scoperte.

Mariaconsiglia Di Concilio

 

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